Gli ultimi anni dell’Inquisizione nella città bruzia

Un esemplare della lettera circolare del 1761 del marchese Fraggianni, che stabiliva garanzie per i cittadini, arrivò anche a Cosenza

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Parlare di “Inquisizione” fa tornare alla mente vicende su cui si sono soffermati innumerevoli libri e celebri film. Tema difficile da affrontare, fu comunque una delle più tristi pagine della storia europea. Il tribunale del Sant’Uffizio, come tramandano gli storici, fu impiantato anche a Cosenza nel primo decennio del ‘500 ad opera dei domenicani, quando era arcivescovo della città il Cardinale Borgia. Avversato dalla popolazione della città, in quel secolo fu causa di diverse sommosse. Il picco del potere in città il Tribunale lo raggiunse sotto l’Arcivescovo Giovan Battista Costanzo, a cavallo tra XVI e XVII secolo, epoca in cui le cronache riportano diversi casi di persone che finirono sotto il suo giudizio.

grate-cosenzaDopo questa fase, nonostante la presenza di altri casi, l’influenza del Sant’Uffizio fu sempre minore, non solo in città, ma in tutto il Regno di Napoli. Questo anche per una sostanziale ostilità delle autorità civili del Regno, nonostante i concordati fatti con Roma.
Con l’arrivo del secolo dei lumi assistiamo ad un processo che porterà, nel 1782, all’abolizione del Tribunale dell’Inquisizione nel Regno di Napoli. Diversi dispacci infatti, nel corso del ‘700, avevano gradualmente ristretto, fin poi a levare del tutto, la possibilità di ricorrere a mezzi da tribunale civile per perseguire cause legate alla fede.

ImmagineUno di questi dispacci è datato 1761, ed è unito ad una “Lettera circolare del marchese Niccola Fraggianni”, influente uomo di stato dell’epoca, che ebbe un ruolo centrale nel ridimensionare l’attività dell’Inquisizione nel Sud d’Italia. Circolare e dispaccio furono indirizzati a tutti i Vescovi del Regno, e spediti ai governanti delle principali città. Così un esemplare dello scritto arrivò anche a Cosenza, ed è giunto fino a noi, perché allegato ad uno degli atti di quel periodo conservati presso l’archivio di Stato. Il sindaco dei nobili Niccolò Spiriti, ed il procuratore dei poveri Francesco Gervino, ne fecero fare dal notaio un pubblico atto, datato 8 ottobre 1761 […].

La portata del documento è considerevole perché vi si ribadiscono importanti principi e garanzie per i cittadini. Si conferma quanto già stabilito in un dispaccio reale del 1746 riguardo alla necessità di seguire, anche per le questioni riguardanti la fede, le procedure dei normali processi. Dunque garantire la difesa del cittadino, evitarne la carcerazione senza grave motivo, permettere di comunicare con l’esterno e di venire a conoscenza delle accuse mossegli. Il tutto non prima di aver richiesto un permesso reale per procedere nella causa. Di fatto si limitava la possibilità di processare qualcuno per questioni di fede a rarissimi casi, vista la poca propensione delle autorità civili a vedere il proprio potere conteso da un tribunale ecclesiastico. In ogni caso, l’applicazione delle disposizioni avrebbe comunque evitato che venissero eluse le garanzie per l’accusato. Siamo in pieno Illuminismo.

Articolo lettera inquisizione

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.4 n. 22(123) del 23/06/2011, p.19)

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