Il Governatore scrive al Rey

Ugo de Moncada, Governatore delle province della Calabria, agli inizi del ‘500 inviò da Cosenza una lettera al Re di Spagna Ferdinando il Cattolico 

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Brandelli di storia della città di Cosenza, dispersi nel corso dei secoli e a volte salvatisi fortuitamente, possono trovarsi nei luoghi più impensati. Presentiamo qui il caso di una lettera inviata da Cosenza nei primi anni del ‘500 da Ugo de Moncada, allora Governatore della Calabria, e indirizzata al Re di Spagna (e di Napoli) Ferdinando il Cattolico.

La lettera si trova attualmente presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi, e fa parte della collezione dei manoscritti spagnoli. Ugo de Moncada era infatti nato a Valenza, e da qui venuto in Italia a combattere in un primo momento per il celebre Cesare Borgia, e poi passato dalla parte del generale spagnolo Consalvo de Cordoba. De Moncada fu un personaggio in vista, cavaliere gerosolimitano e più volte nominato capitano avendo partecipato a numerose battaglie.

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Ma che ci fa un tale personaggio a Cosenza nei primi anni del XVI secolo? Nel 1504 Ugo de Moncada venne inviato in Calabria per sedare una delle varie rivolte, e per il risultato ottenuto fu nominato Luogotenente e Governatore delle province della Calabria il 28 novembre 1506. In virtù della carica ricoperta aveva in Cosenza il centro dei suoi affari, visto che la città era allora la città principale della regione.

La lettera venne spedita da Cosenza il 22 gennaio ma non si precisa di quale anno. Vista la permanenza di de Moncada in Calabria tra il 1504 ed il 1509 si potrebbe però riferirla a questi anni. È scritta in spagnolo ed è indirizzata “Al muy alto y muy poderoso Catolico Rey y Señor el Rey n.ro Señor”. Si tratta di Ferdinando d’Aragona, marito della celebre Isabella di Castiglia e sovrano spagnolo che, tra i vari titoli, detenne anche quello di Re di Napoli fino alla morte avvenuta nel 1516.

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La lettera sembra una comunicazione di informazioni al sovrano circa la conduzione di alcune cariche in Calabria. In particolare si citano la Capitanìa di Crotone e l’Ufficio di Cosenza, città sede del governatore della regione. Le cariche sembrano collegate a tale Juan Dias, sul quale il de Moncada scrive di non poter “dezir sino bien”. La missiva prosegue con una supplica al sovrano, con l’auspicio di una lunga vita al regnante, e con l’indicazione della città, cosençia, e della data, 22 di gennaio. Chiude infine con delle formule di saluto abbreviate e, in basso a destra, la firma “don Ugo de Mon/cada”.

Nel dicembre 1509 de Moncada lasciò la Calabria per la Sicilia, essendo stato nominato Vicerè di quel regno. Nel 1527, infine, dopo varie vicende, venne inoltre ottenne la prestigiosa carica di Vicerè di Napoli, che mantenne fino alla morte avvenuta in combattimento l’anno successivo.
Il documento entrò a far parte di una collezione di lettere autografe del principe Ruffo Scilla, raccolta che nel 1854 venne acquistata dalla biblioteca parigina che la custodisce tuttora.

Lorenzo Coscarella

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PdV, 25/12/2016, p. 19

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Gli ultimi anni della seta cosentina

L’Istituto Bacologico per la Calabria, con sede a Cosenza, negli anni ’20 rappresenta una delle ultime esperienze in provincia nella secolare produzione dei bozzoli.

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Agli inizi del ‘900 l’industria della seta in provincia di Cosenza stava vivendo il suo ultimo periodo di splendore. Le nuove tecnologie introdotte con la rivoluzione industriale erano pian piano giunte anche in Calabria e avevano contribuito all’impianto di moderne filande in molti luoghi della provincia e nella stessa città capoluogo. Cosenza, del resto, era da secoli uno dei mercati principali della seta, e nel cuore del centro storico c’è ancora un luogo che ne porta traccia nel nome: la piazzetta dei follari.

Posta tra via del Liceo e via Padolisi, proprio sotto l’antico monastero delle Vergini, era il luogo in cui gli allevatori di bozzoli portavano il frutto del proprio lavoro per essere venduto ai produttori più grossi che si occupavano poi delle successive fasi della lavorazione. Il luogo era noto anche come “chjazza d’i cucùlli” proprio dal termine che in dialetto indica i bozzoli.

Nonostante le innovazioni, però, nei primi decenni del ‘900 erano già evidenti i segnali del vicino declino di questa secolare attività. La produzione della seta, infatti, era sempre meno conveniente e il prodotto che giungeva da altri paesi era economicamente più competitivo. Di conseguenza l’allevamento dei bozzoli per la produzione locale di seta grezza diventava sempre meno redditizio.

In provincia una delle ultime e interessanti esperienze in questo settore è rappresentata dall’attività dell’Istituto Bacologico per la Calabria. Pur avendo sede in Cosenza si occupava dell’intero territorio regionale, ed era stato fondato e per lungo tempo diretto dal prof. Luigi Alfonso Casella, che nel campo aveva maturato una notevole esperienza.

È possibile ricavare delle interessanti informazioni sull’attività di questo istituto da una pubblicazione edita a Cosenza nel 1929.

L’Istituto calabrese faceva capo all’Ente Nazionale Serico, e pur tra varie difficoltà nell’approvvigionamento di finanziamenti si occupava di diffondere la sericoltura nella regione, divulgando nuovi metodi, facendo propaganda e distribuendo in alcuni casi semi e strumenti ai bachicoltori.

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Tra i compiti dell’Istituto rientrava anche fornire il seme dei bachi e incentivare la distribuzione e la coltivazione degli alberi di gelso. Oltre a ciò diffondeva l’utilizzo di alcuni strumenti utili all’allevamento del baco, per innovare così una attività che seguiva ritmi secolari. Tra questi le incubatrici in cui allevare il baco da seta.

Cosenza nel 1928 era ancora sede del mercato dei bozzoli più influente in Calabria, tanto che leggiamo che in quell’anno i primi bozzoli vennero in alcuni casi venduti “a prezzo di riferimento a determinati listini del mercato di Cosenza. Ma il mercato stava già perdendo lentamente la sua importanza.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 10/11/2016, p. 19. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

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L’ultima casa di Gioacchino

Il 22 settembre segna la data di inizio della nuova vita della Grangia florense di San Martino di Canale, luogo della morte dell’abate Gioacchino.

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San Martino di Canale, o di Giove, è senza dubbio uno dei luoghi più significativi della Calabria medievale, tanto importante quanto sconosciuto. Almeno fino a qualche mese fa con l’inizio dei lavori di restauro.

La morte di Gioacchino a Canale nel 1202 ha consegnato il luogo alla storia, e qui il corpo dell’abate restò per diversi anni prima di essere trasportato a S. Giovanni in Fiore nell’Abbazia Florense. La storia della chiesa di Canale, però, è molto più antica. Qui viveva nel X secolo un gruppo di eremiti di impronta basiliana guidati da S. Ilarione, che per sfuggire alle invasioni saracene lasciarono il luogo spostandosi nel Centro Italia, dove la loro memoria è ancora viva.

Il luogo in cui morì e in cui trovò la sua prima sepoltura il celebre abate Gioacchino da Fiore, a qualche chilometro di distanza da Pietrafitta, esce finalmente dall’abbandono che lo ha caratterizzato per secoli e torna ad essere ora patrimonio di tutti.

L’inaugurazione del 22 settembre 2016 ha segnato il punto di arrivo di un percorso durato alcuni anni, che ha visto la ristrutturazione dell’antico edificio dopo che alcuni crolli ne stavano compromettendo la staticità. I lavori, eseguiti da una squadra di professionisti del luogo guidata dall’architetto Lopetrone, hanno permesso di individuare le murature della struttura originaria, nel frattempo soprelevata e trasformata in casa colonica e magazzini.

Eliminando le superfetazioni si è messa in evidenza la struttura della chiesa, cercando di riportare l’edificio all’aspetto originario, rispettando il più possibile quanto emergeva nel corso dei lavori. La navata ora è stata riaperta nella sua interezza, le soprelevazioni sono state demolite e la copertura ripristinata con capriate a vista. È stata ripristinata la piccola cappella laterale e anche l’annesso locale che poteva fungere da abitazione.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 25/09/2016, p. 17. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

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Una terra segnata dai terremoti

I recenti fatti di cronaca devono ricordarci che anche la Calabria è una terra in pericolo. Riproponiamo un articolo che ripercorre brevemente i tragici eventi che hanno colpito la provincia di Cosenza, perché non si dimentichi e perchè dalla storia si possa imparare

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Una spada di Damocle. Questo sembrano essere i terremoti per la Calabria, e la storia ne testimonia la costante presenza nella vita delle nostre comunità.

Il più remoto sisma di cui ci siano arrivate notizie per la provincia di Cosenza è quello del 1184. La città in particolare, che da quanto tramandano gli storici era in quel periodo arroccata sul colle Pancrazio, fu colpita duramente in tutti gli edifici. Si tramanda che in questa occasione l’antica cattedrale crollò, seppellendo tra le macerie il vescovo Ruffo che stava celebrando.

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Un altro terribile terremoto ricordato dalle cronache è stato quello del 1638, descritto come “un cataclisma tanto violento che nessuna battaglia sostenuta sul suolo cosentino, a memoria d’uomo, potè eguagliarlo”.

La terra tremò il 27 marzo del 1638, sera del sabato delle Palme, alle ore 21.30 circa, e nuovamente l’8 giugno seguente. In Cosenza si contarono numerosi morti e danni in moltissime case, monasteri, al castello al campanile del duomo. Tra i paesi colpiti spicca Rogliano, dove la chiesa di San Pietro rovinò mentre era colma di gente che partecipava alla funzione del sabato delle Palme.Terremoto 1905 Parghelia

Facendo un salto di circa un secolo e mezzo si arriva al grande terremoto del 1783, quando una serie di scosse causò danni su tutto il territorio calabrese seminando morte e distruzione. Il terremoto si abbatté soprattutto sulla Calabria Ultra, basti pensare al grande monastero di S. Domenico in Soriano o alla celebre Certosa di Serra San Bruno dei quali restano ancora le imponenti rovine. Purtroppo però non mancarono le distruzioni anche nella Calabria Citra, corrispondente all’attuale provincia di Cosenza.

L’Ottocento ha registrato una serie di terremoti lungo tutto l’arco del secolo. Tra gli eventi degni di nota ci sono quelli del 1832, del 1835 (del quale ci resta il racconto di Alexandre Dumas padre) e del 1836. Ma il terremoto che più di tutti è rimasto nell’immaginario collettivo come devastante è quello del 12 febbraio 1854. Cosenza e tutti i suoi Casali restarono danneggiati e contarono molte vittime. In città subirono danni tutti i principali edifici, sia civili che religiosi.Terremoto Calabria 1905 Re

Tralasciando altri eventi minori si arriva al 1905. Verso le 2.45 dell’8 settembre di quell’anno la Calabria fu scossa da un nuovo movimento tellurico che seminò distruzione tra le province di Vibo e Cosenza. Per la prima volta si registrò una mobilitazione nazionale in soccorso delle popolazioni colpite e lo stesso re Vittorio Emanuele III visitò la regione dopo l’evento. In molte città si organizzarono comitati di soccorso che contribuirono alla ricostruzione dei paesi distrutti come Cetraro, Castrolibero, Borgo Partenope, Martirano.

Il noto terremoto del 28 dicembre 1908, che distrusse completamente Messina e Reggio, devastò la Calabria meridionale ma causò danni di molto inferiori nella provincia di Cosenza. Ci volle il 20 febbraio 1980 perché un altro sisma colpisse la zona in modo forte. La paura fu tanta e si registrarono danni agli edifici, soprattutto ai luoghi di culto e al patrimonio artistico.

Lorenzo Coscarella

Articolo intero: Terremoti_CalabriaPdV, 01/11/2012, p. 18.

Le immagini usate per il blog riguardano il terremoto del 1905 nella provincia di Vibo.

La chiesa dei Cavalieri di Malta

Riapre la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano nel centro storico di Cosenza. Nel medioevo fu la sede cosentina dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme.

Gerosolimitano

Nei vicoli tra la parte bassa di Corso Telesio e Lungo Crati si trova uno dei luoghi di culto meno conosciuti di Cosenza, un piccolo edificio, che contraddistingue lo slargo conosciuto in passato come “piazza delle uova”. È la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano, nome singolare che ne rivela il legame con l’Ordine dei Cavalieri Ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, evolutisi nel tempo e conosciuti oggi come Cavalieri di Malta.

Come tutte le costruzioni storiche ha subito rifacimenti che col tempo l’hanno trasformata, fino a mostrarsi nell’ipostazione attuale, interna ed esterna, come probabile risultato della ristrutturazione del 1882 ad opera del proprietario Luigi Spiriti, duca di Castelnuovo. Recenti restauri, oltre al rifacimento degli intonaci, hanno riportato alla luce elementi medievali sulla fiancata destra, testimonianza dei mutamenti subiti dall’edificio durante la sua storia.

Ordine di MaltaPresentiamo qui un articolo su questo edificio, pubblicato sul numero di PdV del 3 marzo 2011, in cui si parla dell’edificio e di un poco noto restauro del 1577. Un restauro documentato da un interessante documento dell’epoca emerso da ricerche d’archivio condotte da chi scrive. Clicca sull’immagine per leggere di più:

Articolo S.G.Gerosolimitano - Coscarella

PdV, 03/03/2011, p. 19.

L’articolo è stato ripreso anche dal portale calabriaecclesia2000.it

Chiesa Gerosolimitano CosenzaS. Giovanni Gerosolimitano

Cavalieri di Malta

Invasioni digitali: alla scoperta del territorio

Le iniziative organizzate nell’ambito delle Invasioni Digitali si sono rivelate un’ottima occasione per la scoperta di luoghi noti e meno noti, anche nella provincia di Cosenza.

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Armati di smartphone e macchine fotografiche, oppure della semplice voglia di scoprire nuovi luoghi, gruppi di giovani e meno giovani si inerpicano per vicoli e slarghi. Catturare immagini di quello che si ammira viene naturale, e la loro condivisione sui social network diventa un mezzo per far conoscere opere e luoghi.  È un po’, in sostanza, quello che avviene con le Invasioni Digitali.

Lo scorso 30 aprile ad ospitare gli invasori è stato il centro storico di Mendicino, comune a pochi chilometri da Cosenza che di recente ha ottenuto il titolo di Città, e che ha mantenuto caratteristiche che lo rendono degno di attenzione. Tra i punti di interesse toccati il settecentesco Palazzo Del Gaudio-Campagna, e ancora le chiese di San Nicola e Santa Maria, le filande dove si lavorava la seta, la Torre dell’Orologio, la piazza principale, il parco sottostante il centro abitato.

Abbiamo potuto esplorare anche i luoghi impressi in un disegno dell’800 del quale su Esplorazioni Cosentine già ci eravamo occupati. Un giro interessante, alla scoperta di un centro storico ben tenuto, insieme a molti amici tra cui i blogger di Memoriaeloci, che ha Mendicino come principale oggetto di studio, e Ladri di Polvere.

Gli scatti della giornata, realizzati dai vari partecipanti, sono identificati sui social dall’hashtag #invadimendicino. Nella gallery vi presentiamo alcune delle molte immagini scattate da noi in quell’occasione, con l’intenzione di aggiungerne altre al più presto!

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Il titolo di Città per Rende e Mendicino

I due comuni del cosentino sono stati insigniti del riconoscimento. Molti centri in Calabria godono di questo riconoscimento da alcuni secoli e per le ragioni più varie.

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Rende e Mendicino sono da ora, per la legge, le due città più giovani della Calabria. I due comuni infatti sono stati insigniti del titolo di Città. Cosa significa questo?

Rende di fatto lo era già, una delle città più vivaci della regione, che integrandosi con Cosenza forma il nucleo principale di un’area urbana attorno alla quale ruotano anche i numerosi comuni del circondario. Anche Mendicino si inserisce tra i centri orbitanti nell’area urbana cosentina e il conferimento del titolo va a sancire i progressi fatti negli ultimi anni dal comune delle Serre.

Mendicino CosenzaIn Italia il “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (D.lgs. 18 agosto 2000 n.267) stabilisce all’art. 18 che “Il titolo di città può essere concesso con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’interno ai comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l’attuale importanza”. Una concessione che arriva al termine di un particolare iter amministrativo.

L’ordinamento attuale prevede dunque che sia il Presidente della Repubblica a sancire il titolo, tuttavia alcuni centri ne godono comunque per ragioni storiche che affondano le proprie origini anche a molti secoli addietro. Il titolo, insieme al prestigio, comportava anche altri vantaggi e privilegi, soprattutto nella tassazione. La città di Cosenza, ad esempio, gode di questo titolo “ab immemorabili”. Da sempre Città Regia, come capitale del Bruzio Cosenza fu nel corso dei secoli il centro abitato principale di un’area che andava ben oltre l’attuale provincia, e viene infatti indicata come città in tutti i documenti sin dal Medioevo.

Cosenza Rende

Molti centri in Calabria godono di questo titolo da alcuni secoli e per le ragioni più varie. Catanzaro e Castrovillari, ad esempio, sin dal ‘500 con privilegi dell’imperatore Carlo V, e per diverse ragioni anche altri centri grandi e piccoli, da Reggio Calabria a Strongoli, da Lamezia Terme a Petilia Policastro, da Rossano a Corigliano Calabro. Un accenno particolare merita il caso di Cutro (Kr), che ottenne il titolo nel ‘500 grazie ad una partita a scacchi. Dopo aver vinto una celebre sfida scacchistica nel 1575, infatti, il cutrese Giovanni Leonardo Di Bona chiese e ottenne in premio il privilegio del titolo di città per il suo paese natale.

Mendicino

Anche altri luoghi del cosentino godono del titolo di città grazie a privilegi lontani nel tempo. Tra questi ricordiamo Paola, cui venne riconosciuto il titolo sin dal ‘400, in particolare secondo alcuni storici nel 1496 da parte di Ferdinando II di Aragona. Titolo confermato poi nel 1555 dall’imperatore Filippo II di Spagna. Rogliano ricevette il titolo di città nel 1745 da parte di Carlo III di Spagna con dispaccio del 3 giugno di quell’anno. Secondo varie fonti godrebbe di questo titolo anche Scigliano su concessione del Re Filippo IV intorno al 1636. Dopo l’Unità d’Italia la concessione del titolo venne affidata al Re e regolata con apposite leggi, passando poi tra i compiti del Presidente della Repubblica fino ai nostri tempi. Tra i riconoscimenti più vicini nel tempo ricordiamo che nel 1973 è stato assegnato il titolo di Città ad Amantea, con DPR dell’8 giugno di quell’anno. Bisignano lo ottenne con DPR del 24 marzo 1994, mentre Acri con decreto del 17 settembre 2001.

Città Provincia Cosenza

Ora il titolo è stato dunque riconosciuto anche ai Comuni di Rende e di Mendicino, che con il decreto del Presidente della Repubblica rientrano da ora a pieno titolo tra le città d’Italia.

A seguito del riconoscimento del titolo di Città, l’amministrazione locale provvede anche a rinnovare lo stemma e il gonfalone. Il simbolo civico viene sormontato non più dalla cosiddetta “corona di Comune” ma dalla “corona di Città”, ovvero la corona turrita, che rappresenta una cinta muraria dotata di torri.

Corona di città

Lo stemma civico dell’antica “Terra di Rende”, come veniva definita ancora agli inizi dell’800 prima di assumere lo status di Comune, rappresenta nello scudo il castello munito di tre torri, richiamo probabilmente al castello che domina il centro storico di Rende. Uno stemma dalle origini antiche, che alcuni fanno risalire al ‘200 e che ha rappresentato nel tempo il simbolo della comunità civica rendese.  Le prime attestazioni giunte sino a noi sono scolpite sul castello e sull’arco del portale centrale della chiesa matrice, e lo stesso simbolo veniva impresso come sigillo per dare ufficialità ai documenti. È il caso di un esemplare impresso su un documento custodito presso l’Archivio Storico Diocesano di Cosenza, apposto con inchiostro nero su un documento del 1785 e che qui vi presentiamo.

Rende Cosenza SigilloCuriosamente anche lo stemma civico di Mendicino presenta tre torri, descrivendosi secondo il Decreto del 1960 “d’azzurro, ai tre monti di verde nascenti dalla punta e ordinati in fascia, sormontati ciascuno da una torre al naturale, merlata alla guelfa, aperta e finestrata di nero; la mediana più alta, il tutto sormontato da una stella d’argento raggiata”. In entrambi i casi il riconoscimento porterà all’aggiunta del nuovo elemento sul simbolo civico e sul gonfalone di rappresentanza.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 17/03/2016)

Rende stemmaStemma Mendicino