Giovan Battista Amico, una morte avvolta nel mistero

Il giovane scienziato cosentino venne derubato e ucciso a Padova nel 1538. Aveva solo 26 anni, ed aveva pubblicato due anni prima un’opera dalla portata innovativa.

Illustrazione_astronomia

Cultura e misteri. Sia dell’una che degli altri, le mura di Cosenza ne riservano parecchi. Le vicende dei personaggi di alta levatura nel campo delle lettere, delle arti, delle scienze che sono vissuti in città basterebbero da sole a suscitare interesse.

De Motibus corporum coelestiumA guardare bene, però, tra queste emergono figure particolarmente curiose, anche se ingiustamente sconosciute al grande pubblico. Ne è un esempio Giovan Battista Amico, giovane astronomo della prima metà del ‘500, cosentino, studente presso l’Università di Padova dove venne ucciso misteriosamente mentre stava dedicandosi a delle sue teorie innovative circa il moto dei corpi celesti.

Padova era, in quell’epoca, tra i luoghi di studio più rinomati d’Europa. Vi studiò anche Bernardino Telesio che, essendo nato nel 1509, oltre che conterraneo era quasi coetaneo di Giovan Battista Amico, la cui nascita si fissa intorno al 1512.

Amico proveniva certamente da una famiglia agiata, e a Padova compì gli studi sotto alcuni dei più rinomati professori di quel periodo. Promettente scienziato, pubblicò all’età di 24 anni la sua prima e unica opera: “De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis et epiciclis”.

Sistema tolemaico

Illustrazione_astonomo

In essa Amico illustrava la sua teoria che, andando oltre il sistema tolemaico che voleva la terra al centro dell’universo, gettava le basi per le nuove dottrine eliocentriche poi sviluppate da Copernico.

Ma la carriera del cosentino non durò molto. Nel 1538, a soli 26 anni, la sua vita terminò infatti nel mistero. Venne aggredito e assassinato nella stessa Padova, e da quanto si tramanda fu l’invidia la causa dell’omicidio. Secondo alcuni venne derubato di documenti in cui erano descritte le ultime sue intuizioni.

Giovan Battista AmicoUn mistero impossibile da risolvere, visti i secoli trascorsi. Quel che resta certo è che, pochi anni dopo, le intuizioni del cosentino si rivelarono meritevoli di considerazione. Sembra che fossero note  anche al grande Niccolò Copernico, che pubblicò la sua teoria appena cinque anni dopo la morte di Amico. E secondo alcuni non fu solo un caso.

Lorenzo Coscarella

(People Life, maggio 2014)

Amico Cosenza

Advertisements

“Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza”

Questo è il titolo di un articolo dello studioso cosentino Stanislao De Chiara, apparso il 1° giugno 1922 su La Lettura, rivista mensile illustrata del Corriere della Sera. Uno sguardo da Milano su Cosenza e sui cosentini protagonisti del Risorgimento. 

La Lettura Corriere della Sera

Da un po’ di anni a questa parte, sembra che le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale siano da relegare in uno dei tanti capitoli di un vecchio libro di storia. Tra Otto e Novecento, invece, l’attenzione verso le vicende del Risorgimento era enorme. Del periodo storico da poco vissuto si era creata una immagine, è vero, un po’ edulcorata, con l’esaltazione di eventi, battaglie e personaggi che a vario titolo avessero preso parte agli avvenimenti. Ma ciò è presto giustificabile con la necessità di cementare una identità nazionale ancora non del tutto matura, che aveva bisogno di una propria “epica nazionale” di riferimento.

Vallone di RovitoA questa tendenza non si sottrassero gli studiosi locali, che partendo dalle vicende dei fratelli Bandiera avevano ben ragione a cercare di ritagliare per Cosenza lo spazio che meritava all’interno delle vicende risorgimentali. La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera, nel numero del 1° giugno 1922 dà spazio ad un articolo del cosentino Stanislao De Chiara (1856-1924), in cui lo studioso presenta brevemente ad un pubblico nazionale gli avvenimenti che videro la città e la sua provincia parte attiva nel processo di unificazione.

Il titolo è semplice ed eloquente: Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza. De Chiara parte, naturalmente, dalla vicenda dei Bandiera, ma cerca poi di porre l’accento su fatti minori, che più si caratterizzano per la loro valenza a livello locale. Il sacrificio dei fratelli veneziani e dei loro compagni è un episodio centrale ma, scrive lo studioso, “Cosenza […] ha maggiori titoli di questo, a dir il vero, per aspirare alla riconoscenza degl’italiani: titoli, acquistati dai suoi figli, e prima e dopo, della celebre spedizione, con fatti ugualmente gloriosi compiuti per amore della libertà e per odio della tirannide”.

Luigi MiceliIl principale riferimento è alla sommossa cittadina del 15 marzo 1844. Proprio l’eco di questa rivolta aveva spinto i “fuoriusciti esteri” (come erano chiamati i fratelli Bandiera e i loro compagni dai borbonici) a partire per la Calabria nel tentativo di dare manforte agli insorti.

Attenzione particolare dà poi De Chiara alla spedizione dei Mille, ed ai nove della provincia che vi presero parte, sottolineando il ruolo del cosentino Luigi Miceli. Come indica lo stesso titolo, la figura di Garibaldi, l’eroe per eccellenza, ha un ruolo centrale nell’articolo.Colonna fratelli Bandiera

Se ne citano le varie soste, il rapporto con Donato Morelli, le imprese che permisero di sbaragliare le truppe borboniche, fino a riportare il famoso telegramma dettato da Garibaldi nei pressi di Soveria: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati”.

Emerge chiaramente, nel leggere l’articolo, la volontà di De Chiara di far conoscere il ruolo svolto dalla sua città in queste vicende ormai “leggendarie”. Un po’ quello che si cerca di fare qui, certo con minore enfasi, dando spazio a chi quegli eventi li ha prodotti ma anche a chi li ha poi raccontati.

Lorenzo Coscarella 

PdV, 17/03/2011, p.12