1598: Cosenza commemora Filippo II

Alcune testimonianze dell’epoca attestano l’omaggio reso dalla città al sovrano nelle settimane successive alla sua morte. O almeno da una parte di essa.

Filippo_Secondo

Cosenza, a fine Cinquecento, era una delle tante città periferiche del più grande impero di quei tempi: l’Impero spagnolo. Filippo II ne fu sovrano indiscusso, degno figlio di quel Carlo V tanto citato per la storica visita che fece in città nel 1535, di ritorno da una spedizione a Tunisi. Filippo II subentrò al padre sul trono del Regno di Napoli nel 1554, ed esercitò il suo potere tramite dei Viceré fino alla sua morte, avvenuta il 13 settembre 1598.

Filippo_II

Filippo II in età avanzata

La notizia della morte del sovrano probabilmente ci mise un po’ per giungere dalla Spagna a Cosenza. Alcune righe appuntate dal notaio cosentino Orazio Megliorella in apertura ai suoi atti di quell’anno, ci danno qualche notizia su come la città si dispose a celebrarne la memoria. Il 24 di ottobre si ordinò che tutti coloro che erano stipendiati dallo Stato si vestissero a lutto, e tenessero conseguenti comportamenti in pubblico:

per la morte de Re Philippo nostro signore tutti (gli) stipendiarij Regij se vestino de lutto, et faccino quella dimostrazione che si conviene […] et non entrare in palazzo né in casa de qualsivoglia officiale senza detti vestiti”.

L’ordine fu reso pubblico per la città dal banditore Jacovo Riccio, con la precisazione della pena della “regia disgrazia” e di un più temuto mese di carcere per i trasgressori.

Ci volle poi il 2 dicembre perché la città celebrasse in onore del defunto sovrano le esequie solenni. Luogo deputato a ciò non poteva che essere la Cattedrale, ornata per l’occasione con apparati decorativi che richiamavano insieme la tristezza dell’evento e la solennità che spettava ad un monarca. Un grande catafalco con drappi neri, ma abbellito da statue e da innumerevoli ceri, dominava la chiesa. Celebrò la funzione lo stesso arcivescovo Costanzo alla presenza delle autorità della città e della provincia, e ad un oratore gesuita fu affidato il compito di tenere il discorso funebre celebrativo.

Duomo_CosenzaL’evento venne annotato anche da Pietro Antonio Frugali nella sua Cronaca, a testimonianza dell’eco che ebbe la cerimonia. Eco durato fino al XIX tanto che anche Davide Andreotti accenna all’evento nella sua storia dei Cosentini. Per ritornare alla testimonianza coeva sopraccitata, ecco cosa annotava il Megliorella testimone di quei momenti:

“Die Mercurij secundo mensis decembris 1598 l’exequie della morte de Re Philippo 2° nostro signore sono state celebrate nella Cathedrale chiesa di questa città, dove convennero tutta la Regia Audienza vestita de bruno, la città, et li mastri Giurati di soi Casali, tutto il clero, et la messa fù celebrata per monsignor Arcivescovo Jovanni Battista Costanso, et nella metà della chiesa fù fatto uno bellissimo spacioso et alto catafalco con octo porte, coperto de bruno, et tutta la chiesa con octo statue intorno, ornato et acceso tutto de torcie. Fù facta una oracione delle glorie et prodezze et eroice virtù de sua Maestà per uno padre Gesuino et al fine delle exequie usciti dalla chiesa da tutti li regij ufficiali fù gridato ad altavoce, viva viva Re Philippo 3° nostro signore et così tutta la città et il populo gridarono per alegrezza – et volere scrivere l’inprese che furono in gran numero et l’altre cose sarebba troppo lungo, ma mi remetto a’ chi l’ha’ scripte(?)”

Il lutto quindi cedette il posto alla festa per l’ascesa al trono del nuovo monarca, un altro Filippo: il Re è morto, viva il Re.

Filippo II ritratto TizianoIl cinquecento fu per Cosenza un periodo di splendore culturale, ma i segni della prossima decadenza erano già visibili. Il regno di Filippo II, come anche parte della storiografia locale sottolinea, dal punto di vista politico non fu per la città un periodo propriamente felice. Basti pensare alla pesante tassazione, imposta da uno Stato in fin dei conti lontano, che per incrementare le entrate avrebbe tentato addirittura di vendere i Casali, i paesi dei dintorni da sempre legati alla città. I Casali però unirono le forze per pagare un riscatto e lottarono per mantenere il loro status di paesi liberi dal giogo feudale.

Cosa provarono davvero i cosentini in quell’occasione? L’operato di chi detiene il potere, in ogni caso, è sempre segnato da luci e da ombre. Ma per eventi così lontani nel tempo, avendo la storia già fatto il suo corso, ci basti per ora ricordarli come antiche curiosità.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 21/04/2011, p.19)

Advertisements

Il mistero della tomba di Telesio

Era in Cattedrale, ma dove di preciso? La questione ci ha incuriositi e abbiamo fatto alcune ricerche. Nell’articolo forniamo così una ipotesi, basata sulla collocazione dell’antica cappella di famiglia in fondo alla navata destra.

Immagine

Nei primi giorni di ottobre del 1588 moriva nella sua città il filosofo Bernardino Telesio. Alcuni studiosi riportano il 3 come data della morte e l’8 come data della sepoltura, e si sa che la salma del filosofo fu esposta per qualche tempo in Cattedrale, come riferito dall’autorevole testimonianza di un altro grande calabrese, Tommaso Campanella, giunto proprio in quei giorni a Cosenza.

Campanella sperava di conoscere Telesio, la lettura delle cui opere lo aveva conquistato, ma non poté far altro che rendere omaggio al suo feretro e deporvi un componimento in sua memoria.

ImmagineIl corpo di Telesio venne quindi deposto nella stessa cattedrale nella sepoltura di famiglia, ma della sua tomba non resta più alcuna traccia, né vi si trovano indicazioni dell’originaria posizione. Considerando alcuni dati se ne potrebbe però ipotizzare la collocazione.

La tomba era ancora visibile nel 1693 quando visitò Cosenza l’abate Pacichelli, ma dovette andare dispersa con i restauri di metà ‘700 voluti dall’arcivescovo Capece Galeota, durante i quali si innalzò anche il livello del pavimento. Nel 1838 il letterato cosentino Francesco Saverio Salfi scriveva di come alcuni anni prima l’iscrizione sepolcrale di Telesio si fosse rinvenuta in duomo, nella cappella del Crocefisso. Su di essa si leggeva: “Thylesii tegit ossa lapis; da lilia busto – Vivit ubi victi gloria Aristotelis”. Ma non tutti gli studiosi concordano sull’autenticità di quanto scriveva il Salfi.

Lo storico Davide Andreotti ci dà un elenco delle cappelle laterali del duomo che può essere utile nel fare una ipotesi sul posto dove la tomba di Telesio poteva trovarsi. Lo storico elencava in genere le cappelle partendo dall’ingresso fino al presbiterio, e per il duomo enumerava “nell’ala destra entrando in chiesa” sette cappelle, tra cui una cappella della famiglia Telesio con relativo sepolcro intitolata al “SS.Crocifisso”. Si trattava della sesta cappella elencata, e in genere nelle navate laterali le cappelle erano costituite da altari lungo la parete, in corrispondenza di ciascun arco.

Immagine

Nella cattedrale di Cosenza sui pilastri in tufo si innestano otto arcate. A destra, alla sesta arcata corrisponde la parete su cui si apre la porta laterale che dà sul corso. Considerando ciò, la posizione della cappella Telesio scalerebbe alla settima arcata, dunque la posizione del sepolcro si potrebbe ipotizzare nell’area in cui si vede sistemato il frammento dell’antico pavimento della chiesa, poco prima del sarcofago marmoreo detto di Enrico VII.

Naturalmente una più accurata ricerca documentaria potrebbe apportare maggiori notizie in merito. Degli altari laterali non resta infatti più alcuna traccia, visto che furono completamente rimossi agli inizi del ‘900. Oggi della cappella dei Telesio resta solo il grande Crocefisso ligneo che pende dall’arco del presbiterio. Opera che, risalendo al XV secolo, allo stesso Bernardino Telesio doveva essere familiare.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 26/01/2012, p.21)

Il pittore nascosto tra gli invitati

Tra i personaggi rappresentati nel “matrimonio della Vergine” in una cappella della Cattedrale si nasconde l’autoritratto del pittore ottocentesco Giovanni Battista Santoro.

ImmagineL’evento è solenne, e tutti sono attenti ad osservare ciò che si sta svolgendo sotto i loro occhi. Tutti meno uno. Stiamo parlando della scena del quadro raffigurante il matrimonio della Vergine conservato nella Cattedrale di Cosenza presso la cappella del Pilerio, nota per ospitare la celebre tavola duecentesca della Patrona della città ma che al suo interno custodisce anche questa ed altre opere degne di attenzione.

Osservando il dipinto, infatti, si nota sulla destra un personaggio che, al contrario degli altri, volge lo sguardo verso chi osserva e non verso la scena principale. Secondo la tradizione è lo stesso autore del dipinto, che sembra abbia voluto mettere così al posto della solita firma la sua intera figura, quasi a voler lasciare una impronta più forte di sé.

Si tratta Giovanni Battista Santoro, pittore nato a Fuscaldo nel 1809 e che nel corso della sua vita ha lasciato sue opere sparse per la provincia, per morire poi a Napoli nel 1895. 

dipinto-santoro-cosenzaL’opera venne commissionata al Santoro, che ancor giovane godeva di una certa fama, dai sacerdoti della Cattedrale. Lo si ricava dalla scritta ancora visibile sullo scalino sotto i piedi di S. Giuseppe e riportata anche dallo storico M. Borretti: “Pro devotione presbyterorum, partecipantium Metropolitanae Consentinae 1838”.

Il pittore si raffigura come un giovane, con la barba dalla forma tipica dei ritratti ottocenteschi, mentre con le braccia conserte se ne sta in disparte in un angolo della scena, proprio accanto il bastone fiorito di S. Giuseppe.

La tela è conservata nel riquadro della parete sinistra della cappella, e fa da controparte a un dipinto raffigurante lo stesso soggetto posto sulla parete opposta. Qual è la ragione di due tele simili nello stesso luogo? Il motivo è semplice ed è da ricondurre a cause “tecniche”. Quel posto era occupato dall’importante tela dell’Immacolata di Luca Giordano, già proveniente dalla chiesa dei Cappuccini nei pressi del Castello e portata in Cattedrale dopo la soppressione del convento. Qui rimase almeno fino agli anni trenta del ‘900, quando per motivi di sicurezza venne trasferita in Curia ed al suo posto se ne pose uno che ben si adattava allo spazio disponibile: lo sposalizio della Vergine di Santoro.

Il dipinto era già conservato in sagrestia, dove era stato segnalato dagli storici Borretti e Minicucci insieme a molte altre tele di varia epoca e provenienza, e con lo spostamento nella cappella del Pilerio raggiunse una più degna collocazione.

cosenza-pilerio

È interessante notare come lo stesso Santoro si fosse occupato del quadro dell’Immacolata del Giordano, sostituito poi dalla sua opera, del quale aveva scritto una appassionata descrizione pubblicata nel periodico locale “Il Calabrese” nel 1844.

Di Giovanni Battista Santoro, alla cui famiglia appartennero numerosi artisti di livello tra cui vari figli e nipoti, oltre al citato matrimonio della Vergine si possono ammirare in città anche altri dipinti. Interessante il ritratto di Francesco Saverio Salfi attualmente conservato presso la Biblioteca civica, esempio di opera di committenza privata cosentina. Tre le opere di provenienza ecclesiastica sono da citare la tela del 1846 con il Battesimo del Cristo nella chiesa di S. Giovanni a Portapiana, o il S. Giuda Taddeo del 1882 nella chiesa dello Spirito Santo.

Ma l’opera conservata in Cattedrale ha qualcosa in più. Il ritratto che il pittore ha voluto lasciare di sé è infatti una testimonianza importante che sembra accorciare le distanze tra chi ammira l’opera e chi l’ha dipinta, consegnandocene una “foto” che ce lo rende più familiare.

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.5 n. 25(162) del 20 settembre 2012, p.18)

Articolo_tela_Santoro_PdV_Coscarella