About Lorenzo Coscarella

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Cosenza, la città dei ponti

Città nata lungo le rive di due importanti fiumi, Cosenza ha avuto bisogno nei secoli di ponti per collegare le varie anime della città. L’ultimo in ordine di tempo è il costruendo ponte dell’architetto Calatrava.

Ponte_di_Calatrava

Il ponte progettato dall’architetto spagnolo Calatrava, del quale si discute tanto in questo periodo e i cui i lavori sembrano volgere al termine, è solo l’ultimo di una serie di ponti che nei secoli sono serviti ad attraversare le rive del Crati e del Busento.

Cosenza, città sorta lungo le sponde di due fiumi, non poteva che essere una città di ponti.

Ponte Cosenza

Già dall’antichità doveva dovevano essere presenti strutture che permettessero il transito da una riva all’altra. Anche le fonti medievali accennano alla presenza di ponti e la città arroccata sul Pancrazio si era espansa anche oltre le rive dei fiumi con la nascita di alcuni sobborghi.

Il ponte sul Busento, secondo la tradizione, era stato costruito in occasione della venuta dell’imperatore Federico II a Cosenza nel 1222 e rifatto nel ‘500. Un grande ponte a tre arcate, che collegava la zona di Rivocati con l’area dell’attuale piazza Valdesi. Altrettanto antichi erano i ponti sul Crati. Uno nella zona dei Pignatari, attualmente detta Massa, l’altro invece era il ponte di Santa Maria, attuale ponte Galeazzo di Tarsia o di San Francesco, e collegava l’attuale corso Telesio all’altezza della piazza piccola con l’inizio di corso Plebiscito.

Cosenza ponte

Un documento straordinario ci tramanda la configurazione dei ponti cosentini alla fine del ‘500. Si tratta del disegno di Cosenza conservato presso la Biblioteca Angelica di Roma, dove compaiono chiaramente i ponti citati.

La storia di questi ponti fu travagliata, soprattutto a causa delle alluvioni che interessarono la città, e varie volte vennero riedificati, spesso in legno, fino al grande rinnovamento dei primi del ‘900 quando i due ponti dei Rivocati e di Santa Maria vennero rifatti.

Ponte_san_Francesco

Anche i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale produssero ingenti danni e durante la ricostruzione molti ponti vennero rinnovati. Il ponte dei Rivocati, bombardato dagli alleati per rallentare la ritirata dei tedeschi, venne ricostruito e intitolato all’aviatore Mario Martire. Anche il ponte Alarico venne ricostruito in forma più imponente.

Ponti di Cosenza

Il resto è storia recente. Negli anni ’90 vennero posizionate sui fiumi tre passerelle pedonali in legno, veniva realizzato il ponte Europa e già si iniziava a parlare di un ulteriore grande ponte. Nel 2000, infatti, l’allora sindaco Mancini presentò il progetto di un ponte avveniristico realizzato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava. Un ponte ad unica campata con un grande pilone, posto poco più a valle del ponte Europa per collegare il quartiere Gergeri con l’inizio di via Popilia.

Dopo anni di lentezza il cantiere del ponte è partito, fino al posizionamento della grande antenna il 23 luglio scorso. Il nuovo ponte è quasi pronto e la sua mole caratterizzerà il paesaggio urbano in modo notevole. Dal nuovo ponte, guardando a monte, è possibile vedere i “vicini” ponte Europa e ponte Alarico, e sullo sfondo il centro storico di Cosenza, il cuore antico della città, che da secoli è a guardia della confluenza dei fiumi e che si spera venga recuperato e valorizzato come merita.

Lorenzo Coscarella

Articolo intero su Savuto Magazine, Agosto/Settembre, pp. 30-32

Cosenza città dei ponti. L Coscarella

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Quando il Tirreno era minacciato dai turchi

Per secoli, e in particolare nel corso del ‘500, molti paesi costieri furono oggetto di scorrerie. Per prevenire il fenomeno fu realizzato un complesso sistema difensivo.

Praia a Mare

Le coste del Tirreno Cosentino, oggi luoghi di vacanza e di relax, furono nei secoli passati delle vere e proprie frontiere da presidiare. Le invasioni dei turchi resero per secoli insicuri i paesi della costa, facile preda di corsari che approdavano sulle rive e saccheggiavano i centri abitati, fino a spingersi anche nell’entroterra.

Sono note le invasioni saracene di Cosenza nel X secolo e ancor più le vicende di Amantea, che tra il IX­­ e l’XI secolo fu più volte sotto il dominio musulmano tanto da diventare sede di un emirato. Le cronache del passato sono piene di episodi di saccheggi e scorrerie, molti relativi al ‘500.

San Lucido fu uno dei paesi più colpiti da queste scorrerie, insieme a Paola, Cetraro e a molti altri centri. Nel 1534, ad esempio, le coste calabresi vennero attaccate dal corsaro Barbarossa, che dopo aver devastato Messina e Scilla si diresse più a Nord e attaccò San Lucido, saccheggiandolo e uccidendo un gran numero di persone. Gli abitanti, infatti, non poterono scappare subito e il corsaro ebbe il tempo di ucciderli e catturarli. Questi eventi portarono ad una drastica riduzione della popolazione del paese.

San_Lucido

Dopo San Lucido i turchi di Barbarossa si diressero alla volta di Cetraro. Qui trovarono la cittadina abbandonata e vuota perché gli abitanti erano intanto fuggiti. Il corsaro dunque “vi fece appiccare il fuoco” e vennero incendiate diverse navi in costruzione, perché a Cetraro aveva sede l’Arsenale dove si realizzavano le navi da guerra.

Nel 1555 anche Paola soffrì l’assedio e il saccheggio di “Dragutto gran Corsaro di Turchi”. Subirono ingenti danni il castello e il celebre monastero dei Minimi fondato da S. Francesco di Paola. Nell’atrio della Basilica di S. Francesco è ancora presente una iscrizione che ricorda il restauro dell’edificio e del convento dopo i danni delle invasioni.

Dragut

Per porre rimedio a questa situazione nel corso del ‘500 si dispose la costruzione di un vasto sistema difensivo. Lungo la costa vennero innalzate delle torri di vedetta, in collegamento visivo l’una con l’altra, per scrutare l’orizzonte e dare l’allarme in caso di avvistamento di navi nemiche. Ciò comportò non poche spese per lo Stato e tasse per gli abitanti della provincia.

Le torri venivano affidate a dei guardiani che dovevano dare presto l’allarme, ma non mancarono episodi a dir poco sospetti.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 13/07/2017, p. 20. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

Corsari turchi

Le cinquecentine della Biblioteca Civica

Una selezione delle opere a stampa risalenti al ‘500 è in mostra nella sede della prestigiosa biblioteca cittadina fino al 31 luglio 2017. Tra i pezzi esposti, alcune opere fondamentali per la storia cosentina.

Bernardino

La Biblioteca Civica di Cosenza mette in mostra parte dei suoi tesori: una selezione delle più importanti cinquecentine che arricchiscono il fondo “antichi e rari” di quella che è una delle biblioteche più prestigiose del meridione.

La Civica raccoglie infatti una serie di volumi fondamentali non solo per il loro valore bibliografico ma soprattutto per l’importanza che rivestono per la storia cosentina. Il Cinquecento fu per la città di Cosenza un’epoca d’oro anche grazie alla presenza di intellettuali di alto livello, e diverse edizioni delle loro opere sono custodite proprio presso la biblioteca di piazza XV Marzo.

La loro provenienza è diversa. Un nucleo importante è costituito dalle opere raccolte dall’Accademia Cosentina che ha istituito la biblioteca stessa. In essa sono confluite opere provenienti da istituzioni religiose soppresse nell’Ottocento, altre donate da famiglie in vista del posto e altre ancora ottenute per acquisizione nel corso degli anni.

L’opera più antica in mostra venne stampata a Roma nel 1504, ma spiccano senza dubbio le opere di Bernardino Telesio, come l’edizione napoletana del 1586 del “De rerum natura iuxta propria principia”, oppure i “Varii de naturalibus rebus libelli” editi postumi a Venezia da Antonio Persio nel 1590.

Bernardino Telesio

Particolarmente interessanti le edizioni delle opere di Gioacchino da Fiore come la “Expositio magni prophete abbatis Joachim in Apocalipsim” del 1527, o lo “Psalterium decem cordarum” del 1527, o ancora il “Divini vatis abbatis Joachim liber concordie novi ac veteris Testamenti” del 1519. Vere rarità per i bibliofili.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la stampa delle opere stesse. Tra i volumi della Civica compaiono alcune edizioni realizzate dagli antichi stampatori attivi a Cosenza, città che vanta una lunga storia tipografica.  Nella mostra ne sono esposte due, particolarmente significative. La prima è la “Oratione di Gio: Paolo D’Aquino in morte di Bernardino Telesio”. Oltre che per il contenuto, è un’opera importantissima perché venne stampata nel 1596 proprio a Cosenza.

Non mancano le curiosità, come le edizioni aldine, i brandelli di manoscritti medievali che emergono dalle pergamene delle legature, le opere in ebraico, o le tracce di particolari provenienze.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 06/07/2017, p. 20. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

Cinquecentine_Biblioteca_Cosenza

Zumpano, San Giorgio e il suo Museo

Nel museo e nella chiesa parrocchiale del casale cosentino sono custodite opere di notevole interesse, tra cui diverse legate al culto del martire San Giorgio

Trittico_Vivarini

Il simbolo di Zumpano è senza dubbio la sua chiesa parrocchiale, struttura di impostazione quattrocentesca a tre navate, dalle linee semplici ma con elementi che la rendono una delle più interessanti della provincia. Con la sua mole domina la valle sottostante e caratterizza la piazza principale del paese con il particolare campanile a vela staccato, quasi un unicum nei dintorni.

Comune_di_Zumpano

L’edificio ha il titolo di San Giorgio Martire, Patrono del paese, la cui figura avvolta nella leggenda ha ispirato artisti e scrittori di ogni epoca. Il legame tra il casale di Zumpano e il martire Giorgio è testimoniato, oltre che da diverse fonti storiografiche, anche dalle opere che ancora sono conservate nella chiesa a lui dedicata e nell’annesso museo.

Nel 2008, infatti, è stato aperto il piccolo ma interessante museo che custodisce quello che è il tesoro della chiesa di Zumpano: oggetti d’arte, paramenti sacri e argenterie commissionate nei secoli per le esigenze della chiesa e della comunità.

Il museo, frutto di una sinergia tra parrocchia e amministrazione comunale, ha permesso a questo tesoro di trovare una degna sistemazione e di essere fruibile agli zumpanesi e ai turisti che volessero visitare il piccolo centro.

La croce astile in argento del ‘500 e il pulpito del ‘600 in legno intagliato sono tra i pezzi forti dell’esposizione. Riguardo alle raffigurazioni di S. Giorgio custodite nel paese, il primo e più interessante esempio si trova proprio su quella che è l’opera più preziosa che la chiesa custodisce: il trittico di Bartolomeo Vivarini del 1480.

Bartolomeo_Vivarini

Il pannello a sinistra di chi guarda rappresenta proprio il santo martire, raffigurato in piedi e in vesti da soldato, mentre regge uno scudo con la mano sinistra e con la destra sostiene la lancia con la quale trafigge il drago che calpesta sotto i piedi. La sua presenza è significativa perché è quasi una conferma del fatto che l’opera venne commissionata proprio per la chiesa di Zumpano dal celebre artista veneto.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 08/06/2017, p. 19. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

Articolo Zumpano Museo S.Giorgio

Risalendo Corso Telesio

Un breve viaggio attraverso la principale strada del centro storico di Cosenza, dedicata al filosofo Bernardino Telesio.

corsotelesio

Corso Telesio è molto di più che una strada. Attraversa il cuore del centro storico di Cosenza, uno dei più estesi del Sud Italia, e ne è un po’ il biglietto da visita. Per i turisti che decidono di avventurarsi nella città vecchia non può che essere una tappa obbligata.

Un percorso lungo questa strada è già di per sé un percorso nella storia di Cosenza. Risalendo i vari tratti, infatti, è possibile incontrare alcuni degli edifici simbolo della città, e nelle adiacenze della strada diversi scavi archeologici hanno messo in evidenza i resti della Consentia brettia e romana, mentre al periodo medievale risale l’impianto viario che ancora conosciamo.

Piazza piccola

Partendo dall’attuale Piazza dei Valdesi, punto in cui il fiume Busento era attraversato da un antico ponte a tre arcate e luogo di una delle porte della città, il Corso si inerpica sul fianco del colle Pancrazio. Prende il nome da uno dei più illustri figli di Cosenza, il filosofo cinquecentesco Bernardino Telesio, ma fino all’Ottocento ogni tratto aveva un suo appellativo, legato alle professioni che vi si svolgevano o ai prodotti che si vendevano o producevano nelle varie aree: “Fontana nuova”, “Piazza delle uova” piazza piccola o “Piazza dei pesci”, “strada delli mercanti”.

Risalendo, ad un tratto la strada si allarga per far spazio alla “piazza grande” e l’attenzione viene attirata dalla imponente facciata di quello che, insieme al castello svevo, è uno dei principali monumenti della città: il Duomo.

Il tratto del corso che dal Duomo sale verso l’attuale piazza Parrasio era noto come Strada degli orefici, mentre dalla piazza in poi prendeva il nome di Giostra nuova, in contrapposizione alla Giostra vecchia che si trovava più in alto. Il nome “Giostra” deriva dall’usanza di svolgere qui gli antichi tornei a cavallo nei quali si sfidavano i cavalieri, e in questo tratto nel ‘500 vennero costruiti alcuni tra i più imponenti palazzi nobiliari della città.

Piazza Parrasio

Si giunge infine in Piazza XV Marzo, già detta “Paradiso”, a detta di molti una delle piazze più belle del Meridione. Prende il nome dall’insurrezione del 15 marzo 1844, anticipo della spedizione dei Fratelli Bandiera ricordata dalla statua raffigurante la Libertà. Su di essa affacciano edifici molto significativi come il palazzo della Provincia, il Teatro Alfonso Rendano e il palazzetto dell’Accademia e Biblioteca Civica. Telesio, con la sua statua inaugurata nel 1914, è anche qui protagonista.

Centro storico

Attraversare Corso Telesio è come compiere un viaggio attraverso i secoli, ma la storia continua nei numerosi vicoli che da qui si inoltrano nei vari quartieri della città vecchia. L’abbandono degli ultimi anni, i crolli, il degrado di molte zone, non rendono giustizia alle potenzialità della città vecchia.

Centro storico cs

La speranza è che si mettano in atto tutte le misure necessarie in primo luogo per la messa in sicurezza e, subito a seguire, per la valorizzazione di questa porzione di Cosenza. Una porzione fondamentale per una città che dovrebbe andare più fiera della sua storia plurimillenaria.

 Lorenzo Coscarella

Articolo intero su Savuto Magazine, Aprile/Maggio 2017, pp. 26-27

Corso_Telesio_L.Coscarella

Il cammino di Gioacchino: Borgo-Canale

L’iniziativa di percorrere il cammino di Gioacchino da Fiore, nel suo tratto da Borgo Partenope a San Martino di Canale, è stata particolarmente apprezzata. Ecco alcune indicazioni per chi volesse ripercorrerlo. 

Martino di Canale

Il percorso tra Borgo Partenope, antica Torzano, e Canale di Pietrafitta è lungo circa 7,2 Km. Per la prima metà, da Borgo fino all’incrocio della strada Pedace-Pietrafitta, si tratta di un percorso abbastanza facile. La seconda parte, invece, attraversa strade più ripide e sterrate. Per chi volesse percorrerlo, ecco alcune indicazioni con i riferimenti alle coordinate Google per individuare i punti principali.

Si parte dalla piazza principale di Borgo Partenope [Coordinate su mappa]. Qui sorgeva l’antica chiesa di S. Nicola, che probabilmente rientrava tra i beni posseduti da Gioacchino e posti lungo il cammino tra la città di Cosenza e la Sila.

Borgo Partenope foto L. Coscarella

Dalla piazza si imbocca la strada che si addentra tra le due file di case del paese e si continua a salire. Difficile sbagliarsi. Attraversata la piazza dedicata di recente a Pietro Negroni ci si lascia sulla destra prima uno slargo con una fontana pubblica e poi la “silica”, la scalinata che sale verso la parte superiore del paese.

Si continua lungo la strada pianeggiante e ci si allontana pian piano dal centro abitato, percorrendo le campagne lungo la collina.

Si incontreranno lungo il percorso la chiesa di S. Maria, affiancata dal cimitero, e poco più avanti una piccola cappellina. Arrivati in cima alla collina [Coordinate su mappa] il panorama spazia dalla Sila al Pollino.

Cammini di Gioacchino

Da qui è possibile individuare quasi tutti i paesi della Presila cosentina e, guardando verso Sud, si distingue Pietrafitta con in alto a sinistra la meta del percorso: la chiesa di S. Martino di Canale, nota anche come S. Martino di Giove, immersa nel verde.

Continuando per circa 2 km si giunge all’incrocio [Coordinate su mappa] tra la strada sterrata di Borgo e la strada provinciale Pedace-Pietrafitta. Bisogna svoltare a destra e percorrere la strada asfaltata per un brevissimo tratto.

Percorsi circa 20 metri sulla strada asfaltata, dalla sinistra inizia il percorso sterrato [Coordinate su mappa] che sale verso il monte. La salita si fa più ripida ma da alcuni punti la vista si apre sulla vallata circostante regalando splendidi scorci. Lungo la strada bisogna stare attenti a due incroci. Durante la salita si giunge infatti ad un punto in cui la strada si biforca: andando dritti si continua a salire, mentre a destra la strada si presenta chiusa con una sbarra in ferro: è quella a destra che bisogna imboccare. Dopo aver oltrepassato la sbarra, la strada continua normalmente ad addentrarsi nel monte fino ad un successivo incrocio. Anche in questo caso bisognerà imboccare la strada a destra, che permette di accorciare il percorso.

Proseguendo, arrivati ad uno slargo che affaccia sulla valle sottostante, ecco apparire sulla collina di fronte la chiesa di S. Martino di Canale, immersa nella natura e isolata da tutto il resto.

Canale pietrafitta

Qui la strada peggiora per un piccolo tratto particolarmente sterrato e in salita ma, superato questo, si riprende il sentiero normale e si giunge presto alla meta [Coordinate su mappa]. Un luogo molto suggestivo, caratterizzato dallo splendido paesaggio e dall’appena restaurata chiesetta medievale di S. Martino. In questo luogo Gioacchino da Fiore trovò la sua prima sepoltura, dopo esservi morto mentre attendeva ai lavori di ricostruzione e trasformazione dell’edificio in grangia florense.

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Il cammino tra la frazione di Cosenza e San Martino di Canale è stato percorso in due occasioni, domenica 23 ottobre 2016 e sabato 25 marzo 2017.

Lorenzo Coscarella

La Saracena calabrese

Saracena: tra vicoli, chiese e palazzi, uno sguardo al paese ai piedi del Pollino in un giorno di mercato

sacacena

È la Saracena circondata di forte muraglia, con molte Torri all’intorno, con quattro porte, che s’esce alle campagne, le quali sono molte spaziose, e fertilissime”. Così scriveva a fine ‘600 Giovanni Fiore a proposito di Saracena, paese alle falde del Pollino ancora innevato dal quale, però, lo sguardo giunge fino al Mar Ionio.

calabria-illustrata

Facciamo un giro nel paese in un giorno di mercato, e le luminarie sparse per le strade ci ricordano anche che è la vigilia della festa di S. Leone, uno degli appuntamenti più attesi della zona.

Delle mura e delle torri non c’è più quasi più traccia, demolite o inglobate nel resto delle costruzioni che costituiscono il dedalo di vicoli del centro storico. Come non c’è quasi più traccia del maestoso castello che dominava l’abitato, del quale restano poche foto e la celebre stampa tratta dall’opera del Pacichelli.

pacichelli

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Un peccato che sia stato demolito, in varie fasi tra gli anni ’30 e gli anni ’70, trattandosi del simbolo delle vicende feudali di un paese appartenuto a diverse famiglie, dai Sanseverino agli Spinelli, passando per i duchi Pescara di Diano.

Le tracce del passaggio di queste famiglie, e delle altre famiglie notabili che hanno influenzato la storia di Saracena negli ultimi cinquecento anni, si possono ancora notare lungo i vicoli, sulle facciate dei palazzi e soprattutto nelle chiese, che custodiscono dei veri e propri tesori.

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Basti dare un’occhiata alla chiesa di San Leone che, come scriveva un autore dell’800, “rassembra una celebre, e sontuosa Basilica”. L’edificio, il cui aspetto attuale è il frutto di numerosi rimaneggiamenti effettuati nel corso dei secoli, presenta non pochi elementi di interesse: dalla cappella del titolare in marmi policromi del ‘700 al fonte in pietra a forma di leone accovacciato, dalle numerose statue lignee seicentesche al ciborio marmoreo cinquecentesco, fino a quella che dovette essere la cappella dei locali feudatari.

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La chiesa è intitolata al santo maggiormente venerato a Saracena, il cui culto è attestato nel paese già nel 1224 e che nel 1630 venne acclamato dagli abitanti come Patrono e confermato in questo ruolo dal papa del tempo. La festa di San Leone, come dicevamo, è conosciuta non solo dalla gente dei dintorni ma anche oltre ed una delle feste tradizionali più particolari della Calabria.

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Insieme a San Leone e ai fucarazzi Saracena fa parlare ancora di sé il suo moscato, per il quale era celebre già nei secoli passati anche oltre i confini della regione. Intanto vive attualmente i problemi di tutti i paesi calabresi, con la necessità di lavorare ancora molto per valorizzare ciò che resta del passato e, allo stesso tempo, cercando di creare i presupposti per il futuro del paese. E vista l’importanza delle tracce che il passato ha lasciato, chissà che le due cose non possano fondersi.

Lorenzo Coscarella

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