Il cammino di Gioacchino: Borgo-Canale

L’iniziativa di percorrere il cammino di Gioacchino da Fiore, nel suo tratto da Borgo Partenope a San Martino di Canale, è stata particolarmente apprezzata. Ecco alcune indicazioni per chi volesse ripercorrerlo. 

Martino di Canale

Il percorso tra Borgo Partenope, antica Torzano, e Canale di Pietrafitta è lungo circa 7,2 Km. Per la prima metà, da Borgo fino all’incrocio della strada Pedace-Pietrafitta, si tratta di un percorso abbastanza facile. La seconda parte, invece, attraversa strade più ripide e sterrate. Per chi volesse percorrerlo, ecco alcune indicazioni con i riferimenti alle coordinate Google per individuare i punti principali.

Si parte dalla piazza principale di Borgo Partenope [Coordinate su mappa]. Qui sorgeva l’antica chiesa di S. Nicola, che probabilmente rientrava tra i beni posseduti da Gioacchino e posti lungo il cammino tra la città di Cosenza e la Sila.

Borgo Partenope foto L. Coscarella

Dalla piazza si imbocca la strada che si addentra tra le due file di case del paese e si continua a salire. Difficile sbagliarsi. Attraversata la piazza dedicata di recente a Pietro Negroni ci si lascia sulla destra prima uno slargo con una fontana pubblica e poi la “silica”, la scalinata che sale verso la parte superiore del paese.

Si continua lungo la strada pianeggiante e ci si allontana pian piano dal centro abitato, percorrendo le campagne lungo la collina.

Si incontreranno lungo il percorso la chiesa di S. Maria, affiancata dal cimitero, e poco più avanti una piccola cappellina. Arrivati in cima alla collina [Coordinate su mappa] il panorama spazia dalla Sila al Pollino.

Cammini di Gioacchino

Da qui è possibile individuare quasi tutti i paesi della Presila cosentina e, guardando verso Sud, si distingue Pietrafitta con in alto a sinistra la meta del percorso: la chiesa di S. Martino di Canale, nota anche come S. Martino di Giove, immersa nel verde.

Continuando per circa 2 km si giunge all’incrocio [Coordinate su mappa] tra la strada sterrata di Borgo e la strada provinciale Pedace-Pietrafitta. Bisogna svoltare a destra e percorrere la strada asfaltata per un brevissimo tratto.

Percorsi circa 20 metri sulla strada asfaltata, dalla sinistra inizia il percorso sterrato [Coordinate su mappa] che sale verso il monte. La salita si fa più ripida ma da alcuni punti la vista si apre sulla vallata circostante regalando splendidi scorci. Lungo la strada bisogna stare attenti a due incroci. Durante la salita si giunge infatti ad un punto in cui la strada si biforca: andando dritti si continua a salire, mentre a destra la strada si presenta chiusa con una sbarra in ferro: è quella a destra che bisogna imboccare. Dopo aver oltrepassato la sbarra, la strada continua normalmente ad addentrarsi nel monte fino ad un successivo incrocio. Anche in questo caso bisognerà imboccare la strada a destra, che permette di accorciare il percorso.

Proseguendo, arrivati ad uno slargo che affaccia sulla valle sottostante, ecco apparire sulla collina di fronte la chiesa di S. Martino di Canale, immersa nella natura e isolata da tutto il resto.

Canale pietrafitta

Qui la strada peggiora per un piccolo tratto particolarmente sterrato e in salita ma, superato questo, si riprende il sentiero normale e si giunge presto alla meta [Coordinate su mappa]. Un luogo molto suggestivo, caratterizzato dallo splendido paesaggio e dall’appena restaurata chiesetta medievale di S. Martino. In questo luogo Gioacchino da Fiore trovò la sua prima sepoltura, dopo esservi morto mentre attendeva ai lavori di ricostruzione e trasformazione dell’edificio in grangia florense.

absidi-chiesa

Il cammino tra la frazione di Cosenza e San Martino di Canale è stato percorso in due occasioni, domenica 23 ottobre 2016 e sabato 25 marzo 2017.

Lorenzo Coscarella

La Saracena calabrese

Saracena: tra vicoli, chiese e palazzi, uno sguardo al paese ai piedi del Pollino in un giorno di mercato

sacacena

È la Saracena circondata di forte muraglia, con molte Torri all’intorno, con quattro porte, che s’esce alle campagne, le quali sono molte spaziose, e fertilissime”. Così scriveva a fine ‘600 Giovanni Fiore a proposito di Saracena, paese alle falde del Pollino ancora innevato dal quale, però, lo sguardo giunge fino al Mar Ionio.

calabria-illustrata

Facciamo un giro nel paese in un giorno di mercato, e le luminarie sparse per le strade ci ricordano anche che è la vigilia della festa di S. Leone, uno degli appuntamenti più attesi della zona.

Delle mura e delle torri non c’è più quasi più traccia, demolite o inglobate nel resto delle costruzioni che costituiscono il dedalo di vicoli del centro storico. Come non c’è quasi più traccia del maestoso castello che dominava l’abitato, del quale restano poche foto e la celebre stampa tratta dall’opera del Pacichelli.

pacichelli

saracena-castello

Un peccato che sia stato demolito, in varie fasi tra gli anni ’30 e gli anni ’70, trattandosi del simbolo delle vicende feudali di un paese appartenuto a diverse famiglie, dai Sanseverino agli Spinelli, passando per i duchi Pescara di Diano.

Le tracce del passaggio di queste famiglie, e delle altre famiglie notabili che hanno influenzato la storia di Saracena negli ultimi cinquecento anni, si possono ancora notare lungo i vicoli, sulle facciate dei palazzi e soprattutto nelle chiese, che custodiscono dei veri e propri tesori.

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Basti dare un’occhiata alla chiesa di San Leone che, come scriveva un autore dell’800, “rassembra una celebre, e sontuosa Basilica”. L’edificio, il cui aspetto attuale è il frutto di numerosi rimaneggiamenti effettuati nel corso dei secoli, presenta non pochi elementi di interesse: dalla cappella del titolare in marmi policromi del ‘700 al fonte in pietra a forma di leone accovacciato, dalle numerose statue lignee seicentesche al ciborio marmoreo cinquecentesco, fino a quella che dovette essere la cappella dei locali feudatari.

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La chiesa è intitolata al santo maggiormente venerato a Saracena, il cui culto è attestato nel paese già nel 1224 e che nel 1630 venne acclamato dagli abitanti come Patrono e confermato in questo ruolo dal papa del tempo. La festa di San Leone, come dicevamo, è conosciuta non solo dalla gente dei dintorni ma anche oltre ed una delle feste tradizionali più particolari della Calabria.

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Insieme a San Leone e ai fucarazzi Saracena fa parlare ancora di sé il suo moscato, per il quale era celebre già nei secoli passati anche oltre i confini della regione. Intanto vive attualmente i problemi di tutti i paesi calabresi, con la necessità di lavorare ancora molto per valorizzare ciò che resta del passato e, allo stesso tempo, cercando di creare i presupposti per il futuro del paese. E vista l’importanza delle tracce che il passato ha lasciato, chissà che le due cose non possano fondersi.

Lorenzo Coscarella

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L’ultima casa di Gioacchino

Il 22 settembre segna la data di inizio della nuova vita della Grangia florense di San Martino di Canale, luogo della morte dell’abate Gioacchino.

san-martino-di-giove

San Martino di Canale, o di Giove, è senza dubbio uno dei luoghi più significativi della Calabria medievale, tanto importante quanto sconosciuto. Almeno fino a qualche mese fa con l’inizio dei lavori di restauro.

La morte di Gioacchino a Canale nel 1202 ha consegnato il luogo alla storia, e qui il corpo dell’abate restò per diversi anni prima di essere trasportato a S. Giovanni in Fiore nell’Abbazia Florense. La storia della chiesa di Canale, però, è molto più antica. Qui viveva nel X secolo un gruppo di eremiti di impronta basiliana guidati da S. Ilarione, che per sfuggire alle invasioni saracene lasciarono il luogo spostandosi nel Centro Italia, dove la loro memoria è ancora viva.

Il luogo in cui morì e in cui trovò la sua prima sepoltura il celebre abate Gioacchino da Fiore, a qualche chilometro di distanza da Pietrafitta, esce finalmente dall’abbandono che lo ha caratterizzato per secoli e torna ad essere ora patrimonio di tutti.

L’inaugurazione del 22 settembre 2016 ha segnato il punto di arrivo di un percorso durato alcuni anni, che ha visto la ristrutturazione dell’antico edificio dopo che alcuni crolli ne stavano compromettendo la staticità. I lavori, eseguiti da una squadra di professionisti del luogo guidata dall’architetto Lopetrone, hanno permesso di individuare le murature della struttura originaria, nel frattempo soprelevata e trasformata in casa colonica e magazzini.

Eliminando le superfetazioni si è messa in evidenza la struttura della chiesa, cercando di riportare l’edificio all’aspetto originario, rispettando il più possibile quanto emergeva nel corso dei lavori. La navata ora è stata riaperta nella sua interezza, le soprelevazioni sono state demolite e la copertura ripristinata con capriate a vista. È stata ripristinata la piccola cappella laterale e anche l’annesso locale che poteva fungere da abitazione.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 25/09/2016, p. 17. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

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Invasioni digitali: alla scoperta del territorio

Le iniziative organizzate nell’ambito delle Invasioni Digitali si sono rivelate un’ottima occasione per la scoperta di luoghi noti e meno noti, anche nella provincia di Cosenza.

Mendicino Calabria

Armati di smartphone e macchine fotografiche, oppure della semplice voglia di scoprire nuovi luoghi, gruppi di giovani e meno giovani si inerpicano per vicoli e slarghi. Catturare immagini di quello che si ammira viene naturale, e la loro condivisione sui social network diventa un mezzo per far conoscere opere e luoghi.  È un po’, in sostanza, quello che avviene con le Invasioni Digitali.

Lo scorso 30 aprile ad ospitare gli invasori è stato il centro storico di Mendicino, comune a pochi chilometri da Cosenza che di recente ha ottenuto il titolo di Città, e che ha mantenuto caratteristiche che lo rendono degno di attenzione. Tra i punti di interesse toccati il settecentesco Palazzo Del Gaudio-Campagna, e ancora le chiese di San Nicola e Santa Maria, le filande dove si lavorava la seta, la Torre dell’Orologio, la piazza principale, il parco sottostante il centro abitato.

Abbiamo potuto esplorare anche i luoghi impressi in un disegno dell’800 del quale su Esplorazioni Cosentine già ci eravamo occupati. Un giro interessante, alla scoperta di un centro storico ben tenuto, insieme a molti amici tra cui i blogger di Memoriaeloci, che ha Mendicino come principale oggetto di studio, e Ladri di Polvere.

Gli scatti della giornata, realizzati dai vari partecipanti, sono identificati sui social dall’hashtag #invadimendicino. Nella gallery vi presentiamo alcune delle molte immagini scattate da noi in quell’occasione, con l’intenzione di aggiungerne altre al più presto!

LC

Il titolo di Città per Rende e Mendicino

I due comuni del cosentino sono stati insigniti del riconoscimento. Molti centri in Calabria godono di questo riconoscimento da alcuni secoli e per le ragioni più varie.

Rende Cosenza

Rende e Mendicino sono da ora, per la legge, le due città più giovani della Calabria. I due comuni infatti sono stati insigniti del titolo di Città. Cosa significa questo?

Rende di fatto lo era già, una delle città più vivaci della regione, che integrandosi con Cosenza forma il nucleo principale di un’area urbana attorno alla quale ruotano anche i numerosi comuni del circondario. Anche Mendicino si inserisce tra i centri orbitanti nell’area urbana cosentina e il conferimento del titolo va a sancire i progressi fatti negli ultimi anni dal comune delle Serre.

Mendicino CosenzaIn Italia il “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (D.lgs. 18 agosto 2000 n.267) stabilisce all’art. 18 che “Il titolo di città può essere concesso con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’interno ai comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l’attuale importanza”. Una concessione che arriva al termine di un particolare iter amministrativo.

L’ordinamento attuale prevede dunque che sia il Presidente della Repubblica a sancire il titolo, tuttavia alcuni centri ne godono comunque per ragioni storiche che affondano le proprie origini anche a molti secoli addietro. Il titolo, insieme al prestigio, comportava anche altri vantaggi e privilegi, soprattutto nella tassazione. La città di Cosenza, ad esempio, gode di questo titolo “ab immemorabili”. Da sempre Città Regia, come capitale del Bruzio Cosenza fu nel corso dei secoli il centro abitato principale di un’area che andava ben oltre l’attuale provincia, e viene infatti indicata come città in tutti i documenti sin dal Medioevo.

Cosenza Rende

Molti centri in Calabria godono di questo titolo da alcuni secoli e per le ragioni più varie. Catanzaro e Castrovillari, ad esempio, sin dal ‘500 con privilegi dell’imperatore Carlo V, e per diverse ragioni anche altri centri grandi e piccoli, da Reggio Calabria a Strongoli, da Lamezia Terme a Petilia Policastro, da Rossano a Corigliano Calabro. Un accenno particolare merita il caso di Cutro (Kr), che ottenne il titolo nel ‘500 grazie ad una partita a scacchi. Dopo aver vinto una celebre sfida scacchistica nel 1575, infatti, il cutrese Giovanni Leonardo Di Bona chiese e ottenne in premio il privilegio del titolo di città per il suo paese natale.

Mendicino

Anche altri luoghi del cosentino godono del titolo di città grazie a privilegi lontani nel tempo. Tra questi ricordiamo Paola, cui venne riconosciuto il titolo sin dal ‘400, in particolare secondo alcuni storici nel 1496 da parte di Ferdinando II di Aragona. Titolo confermato poi nel 1555 dall’imperatore Filippo II di Spagna. Rogliano ricevette il titolo di città nel 1745 da parte di Carlo III di Spagna con dispaccio del 3 giugno di quell’anno. Secondo varie fonti godrebbe di questo titolo anche Scigliano su concessione del Re Filippo IV intorno al 1636. Dopo l’Unità d’Italia la concessione del titolo venne affidata al Re e regolata con apposite leggi, passando poi tra i compiti del Presidente della Repubblica fino ai nostri tempi. Tra i riconoscimenti più vicini nel tempo ricordiamo che nel 1973 è stato assegnato il titolo di Città ad Amantea, con DPR dell’8 giugno di quell’anno. Bisignano lo ottenne con DPR del 24 marzo 1994, mentre Acri con decreto del 17 settembre 2001.

Città Provincia Cosenza

Ora il titolo è stato dunque riconosciuto anche ai Comuni di Rende e di Mendicino, che con il decreto del Presidente della Repubblica rientrano da ora a pieno titolo tra le città d’Italia.

A seguito del riconoscimento del titolo di Città, l’amministrazione locale provvede anche a rinnovare lo stemma e il gonfalone. Il simbolo civico viene sormontato non più dalla cosiddetta “corona di Comune” ma dalla “corona di Città”, ovvero la corona turrita, che rappresenta una cinta muraria dotata di torri.

Corona di città

Lo stemma civico dell’antica “Terra di Rende”, come veniva definita ancora agli inizi dell’800 prima di assumere lo status di Comune, rappresenta nello scudo il castello munito di tre torri, richiamo probabilmente al castello che domina il centro storico di Rende. Uno stemma dalle origini antiche, che alcuni fanno risalire al ‘200 e che ha rappresentato nel tempo il simbolo della comunità civica rendese.  Le prime attestazioni giunte sino a noi sono scolpite sul castello e sull’arco del portale centrale della chiesa matrice, e lo stesso simbolo veniva impresso come sigillo per dare ufficialità ai documenti. È il caso di un esemplare impresso su un documento custodito presso l’Archivio Storico Diocesano di Cosenza, apposto con inchiostro nero su un documento del 1785 e che qui vi presentiamo.

Rende Cosenza SigilloCuriosamente anche lo stemma civico di Mendicino presenta tre torri, descrivendosi secondo il Decreto del 1960 “d’azzurro, ai tre monti di verde nascenti dalla punta e ordinati in fascia, sormontati ciascuno da una torre al naturale, merlata alla guelfa, aperta e finestrata di nero; la mediana più alta, il tutto sormontato da una stella d’argento raggiata”. In entrambi i casi il riconoscimento porterà all’aggiunta del nuovo elemento sul simbolo civico e sul gonfalone di rappresentanza.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 17/03/2016)

Rende stemmaStemma Mendicino

Con la testa fra le nuvole

Dal mar Tirreno alla Sila, attraversando la Catena Costiera e sorvolando Cosenza e i vari Casali a Sud della città. Guardando dal finestrino di un aereo.

L’aereo si alza in volo dall’aeroporto di Lamezia Terme. Poco dopo il decollo, guardando sulla destra, questa è la vista che si schiude:

Cosenza dall'alto. Foto Lorenzo Coscarella 2015

In basso, in primo piano, la costa tirrenica cosentina nel tratto compreso tra Fiumefreddo Bruzio, Longobardi e l’inizio di Belmonte Calabro. Man mano che si guarda più in alto ecco Monte Cocuzzo, che raggiunge una quota superiore ai 1500 metri s.l.m.

Oltre il monte si apre la valle in cui siedono Cosenza e i molti paesi che costituivano i suoi Casali. Risalendo dalla città verso la Sila, ogni collina è dominata da un paese.

Prima di giungere al fondo della valle si distinguono appena alcune parti di Laurignano, Dipignano e Carolei. In basso a sinistra ecco un pezzo di Cosenza e, poco più in alto, da Nord a Sud si distinguono tutti i paesi della presila cosentina: Rovito con le sue frazioni, Celico, Spezzano Sila e Spezzano Piccolo. Poi ancora Casole, Magli, Trenta, Pedace, Serra Pedace e Pietrafitta.

Poco più in basso i piccoli agglomerati delle tre frazioni di Cosenza: Borgo Partenope, Sant’Ippolito e Donnici. Tornando più su, incontriamo Aprigliano, Piane Crati, Figline Vegliaturo, Cellara, Piano Lago, Mangone.

Ma è la parte superiore della veduta che offre la sorpresa più bella, possibile grazie anche alla giornata serena in cui è stata scattata la foto. L’altopiano della Sila si mostra in tutta la sua estensione e, cosa particolare, si notano anche due dei grandi laghi silani, il Cecita in alto a sinistra, e l’Arvo a destra.

Presto qualche altra foto.

Lorenzo Coscarella

Rogliano: l’orologio del campanile di S. Giorgio

Posto sul campanile della chiesa di S. Giorgio di Rogliano, lo strumento era di proprietà dell’Università, che ne curava la gestione con le tasse dei cittadini. 

Rogliano CosenzaAttualmente non si coglie appieno l’importanza di un orologio pubblico in un centro abitato. Fino a circa un secolo fa, invece, quando gli strumenti per calcolare il tempo non erano alla portata di tutti, la presenza di un orologio che servisse una intera comunità era uno dei pochi modi per scandire lo scorrere del giorno, in modo più preciso rispetto al sole.

Da varie fonti emerge che nel corso del ‘700 varie località del cosentino si dotarono di orologi pubblici. Posti in genere sui campanili delle chiese, contribuirono a regolare la vita dei paesi e delle aree fin dove arrivava il suono dei loro rintocchi. Per Rogliano, una breve annotazione ci tramanda la data di realizzazione, di posizionamento, e il nome dell’esecutore dell’orologio della chiesa di S. Giorgio:

“L’Oriloggio dell’Insigne Collegiale Chiesa di S. Giorgio Martire si è formato nel cor(ren)te anno 1757, e posto nel suo luogo nel dì 20 Giugno cor(ren)te, il Maestro fu Matteo Veltri del Lago – Rogliano 23 Giugno 1757”.

Rogliano CalabriaA tramandarci la notizia è un notaio roglianese del ‘700, Francesco Clausi, che la appuntò alla fine di un suo registro insieme ad alcuni altri avvenimenti locali.

Sono interessanti il nome e la provenienza dell’artefice, Matteo Veltri da Lago, perché non doveva essere facile per un calabrese acquisire le competenze tali per realizzare uno strumento complesso come un orologio, con i suoi meccanismi e i vari accessori.

RoglianoLa chiesa di S. Giorgio, ora dichiarata monumento nazionale per la sua struttura e per le opere d’arte che custodisce, era la parrocchia di riferimento del rione di Rota, “cedola” che insieme a Spani, Cuti e Marzi formava la Rogliano del ‘700.

Il massiccio campanile ha la particolarità di essere staccato dalla chiesa, e mantiene una preminenza sulle piazze e strade circostanti. Per le funzioni che svolgeva in passato era molto più di un edificio ecclesiastico. I campanili svolgevano infatti anche le funzioni di torri civiche, il suono delle loro campane era utilizzato per lanciare allarmi o celebrare occasioni civili particolari, e secondo alcuni potevano anche essere utilizzati come torri di avvistamento, aspetto ancora da approfondire.

Anche se posto sul campanile di una chiesa, l’orologio non era dunque una di proprietà della chiesa stessa ma dell’Università, termine che è avvicinabile a quello attuale di Comune. Ed era l’Università che ne curava la gestione, utilizzando i soldi delle tasse dei cittadini. Riguardo al caso di Rogliano, nel 1753 l’Università di Rogliano Rota pagava, tra le spese annue, 3 ducati “Alla P(erso)na che acconcia l’orologio”.

Lo strumento quindi era presente anche da prima della data del 1757 tramandataci da Clausi, che a questo punto può riferirsi ad un rifacimento o ad un nuovo posizionamento dell’orologio stesso.

Articolo Rogliano Orologio S. GiorgioNella vicina Marzi, invece, per “l’Acconcio dell’Orologio” si spendeva annualmente il doppio, dunque 6 ducati, e spese simili sono registrate anche per altri paesi. A Carpanzano e Pietrafitta, ad esempio, la spesa annua per il mantenimento dell’orologio era di 5 ducati, a Figline di 3,60 ducati l’anno, a Domanico e Grimaldi di 6, ad Aprigliano di 18, ma in quest’ultimo caso gli orologi che servivano i vari rioni erano più di uno.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 05/11/2015, p. 21)