Una terra segnata dai terremoti

I recenti fatti di cronaca devono ricordarci che anche la Calabria è una terra in pericolo. Riproponiamo un articolo che ripercorre brevemente i tragici eventi che hanno colpito la provincia di Cosenza, perché non si dimentichi e perchè dalla storia si possa imparare

Terremoto 1905 Piscopio

Una spada di Damocle. Questo sembrano essere i terremoti per la Calabria, e la storia ne testimonia la costante presenza nella vita delle nostre comunità.

Il più remoto sisma di cui ci siano arrivate notizie per la provincia di Cosenza è quello del 1184. La città in particolare, che da quanto tramandano gli storici era in quel periodo arroccata sul colle Pancrazio, fu colpita duramente in tutti gli edifici. Si tramanda che in questa occasione l’antica cattedrale crollò, seppellendo tra le macerie il vescovo Ruffo che stava celebrando.

Parghelia

Un altro terribile terremoto ricordato dalle cronache è stato quello del 1638, descritto come “un cataclisma tanto violento che nessuna battaglia sostenuta sul suolo cosentino, a memoria d’uomo, potè eguagliarlo”.

La terra tremò il 27 marzo del 1638, sera del sabato delle Palme, alle ore 21.30 circa, e nuovamente l’8 giugno seguente. In Cosenza si contarono numerosi morti e danni in moltissime case, monasteri, al castello al campanile del duomo. Tra i paesi colpiti spicca Rogliano, dove la chiesa di San Pietro rovinò mentre era colma di gente che partecipava alla funzione del sabato delle Palme.Terremoto 1905 Parghelia

Facendo un salto di circa un secolo e mezzo si arriva al grande terremoto del 1783, quando una serie di scosse causò danni su tutto il territorio calabrese seminando morte e distruzione. Il terremoto si abbatté soprattutto sulla Calabria Ultra, basti pensare al grande monastero di S. Domenico in Soriano o alla celebre Certosa di Serra San Bruno dei quali restano ancora le imponenti rovine. Purtroppo però non mancarono le distruzioni anche nella Calabria Citra, corrispondente all’attuale provincia di Cosenza.

L’Ottocento ha registrato una serie di terremoti lungo tutto l’arco del secolo. Tra gli eventi degni di nota ci sono quelli del 1832, del 1835 (del quale ci resta il racconto di Alexandre Dumas padre) e del 1836. Ma il terremoto che più di tutti è rimasto nell’immaginario collettivo come devastante è quello del 12 febbraio 1854. Cosenza e tutti i suoi Casali restarono danneggiati e contarono molte vittime. In città subirono danni tutti i principali edifici, sia civili che religiosi.Terremoto Calabria 1905 Re

Tralasciando altri eventi minori si arriva al 1905. Verso le 2.45 dell’8 settembre di quell’anno la Calabria fu scossa da un nuovo movimento tellurico che seminò distruzione tra le province di Vibo e Cosenza. Per la prima volta si registrò una mobilitazione nazionale in soccorso delle popolazioni colpite e lo stesso re Vittorio Emanuele III visitò la regione dopo l’evento. In molte città si organizzarono comitati di soccorso che contribuirono alla ricostruzione dei paesi distrutti come Cetraro, Castrolibero, Borgo Partenope, Martirano.

Il noto terremoto del 28 dicembre 1908, che distrusse completamente Messina e Reggio, devastò la Calabria meridionale ma causò danni di molto inferiori nella provincia di Cosenza. Ci volle il 20 febbraio 1980 perché un altro sisma colpisse la zona in modo forte. La paura fu tanta e si registrarono danni agli edifici, soprattutto ai luoghi di culto e al patrimonio artistico.

Lorenzo Coscarella

Articolo intero: Terremoti_CalabriaPdV, 01/11/2012, p. 18.

Le immagini usate per il blog riguardano il terremoto del 1905 nella provincia di Vibo.

La Calabria com’era, in mostra a Palazzo Arnone

Una mostra dedicata alle foto che hanno raccontato la Calabria tra il XIX e il XX secolo, con antichi scatti che mostrano feste popolari, antichi mestieri, luoghi. 160 immagini realizzate dai pionieri della fotografia calabrese.

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È sempre maggiore l’attenzione che si riserva alla fotografia d’epoca, non solo come strumento che testimonia momenti del passato ma anche come vera e propria forma d’arte. Alcuni scatti infatti vanno oltre la semplice rappresentazione di un istante e diventano essi stessi un documento eccezionale da mettere in mostra.

Mostra_foto_antiche_calabriaLa Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, a Cosenza, presenta dunque “La Calabria com’era. Fotografia e fotografi tra ‘800 e ‘900”, una mostra dedicata alle foto e ai fotografi che hanno raccontato la Calabria tra il XIX e il XX secolo.
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Nomi a volte noti, altre sconosciuti, che hanno in comune l’essere stati i primi a imprimere sulle loro lastre la gente, gli eventi, i luoghi di una regione che da allora è cambiata tanto. Circa 160 immagini, provenienti dall’Archivio Storico del Banco di Napoli e dalla Fondazione archivio storico fotografico della Calabria.

Calabria_foto_di_gruppoTutta la regione è ben rappresentata attraverso gli scatti dei pionieri della fotografia calabrese, ma anche di studiosi che hanno utilizzato le foto come supporto alle loro ricerche. Si ammirano così scatti ottocenteschi dei fratelli Santoro di Cosenza, o degli Scarpino di Catanzaro, insieme a immagini realizzate da Rohlfs, Zanotti Bianco e Lombardi Satriani.

Alcune delle stampe esposte mostrano le principali città, con le loro strade, i palazzi, gli uomini illustri, ma ancora più suggestive sono le molte foto relative ai centri minori. Per questi ultimi, infatti, è ancora più raro trovare testimonianze del passato, e gli antichi scatti che ne mostrano le feste popolari, gli antichi mestieri, luoghi ormai irriconoscibili assumono ancora più rilievo.

Cosenza_commemorazione_Fratelli_BandieraDa vedere anche le riproduzioni di antichi documenti inerenti al tema, e soprattutto le attrezzature utilizzate dai fotografi, dalle macchine fotografiche ai vecchi fondali che facevano da scenario per i ritratti che siamo abituati a vedere anche negli album di famiglia.

La mostra è visitabile gratuitamente fino al 22 febbraio 2015, occasione per ammirare anche le altre collezioni della Galleria Nazionale di Cosenza.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 22/01/2015, p.21)

Cribari: un intero paese diventa museo

Nella piccola frazione di Trenta si è scommesso su un progetto che, puntando alla valorizzazione del passato, diventa un’occasione per rianimare il paese.

Paese_Museo_Cribari_Trenta

Cribari_Trenta_frantoioUn intero centro storico, piccolo e in parte ben conservato, sta tornando a nuova vita grazie ad un’idea semplice ma allo stesso tempo interessante. Stiamo parlando di Cribari, frazione del comune di Trenta posta sulle colline della Presila cosentina, dove è ormai realtà il progetto del “paese museo”.

Come tutti i paesi della zona, anche Cribari stava conoscendo uno spopolamento che riguardava soprattutto la parte antica del paese. Vicoli caratteristici ma poco abitati, con case dalla lunga storia ma dal basso valore economico.

Cribari_Trenta_Paese_MuseoL’Amministrazione comunale, di concerto con le associazioni locali, ha così acquisito parte di questi immobili e molti di questi sono stati sistemati e conservano ora oggetti, mobili, attrezzi, in modo da ricreare diversi ambienti così com’erano un tempo.

L’idea in realtà ha origine in un’altra attività partita da circa vent’anni: la rappresentazione del Presepe vivente che nelle festività natalizie attira a Cribari gente da tutta la provincia. Partendo da questa rappresentazione è iniziata la raccolta degli oggetti e la sistemazione delle ambientazioni che ha portato oggi a trasformare l’intero paese in un museo.

Cribari_Cosenza_Paese_MuseoCribari_trenta_palmento

Uno degli aspetti che più qualificano il progetto è proprio la ricostruzione di alcuni ambienti che ripropongono le principali attività di cui disponeva un centro abitato. Luoghi dove si esercitavano mestieri ormai trasformati o scomparsi del tutto, ricostruiti alla perfezione attraverso gli utensili ed i macchinari di un tempo.

Paese_museo_CribariUn antico meccanismo di mulino, il torchio e la macina di un vecchio frantoio, il mantice della “forgia” che il fabbro utilizzava per la lavorazione del ferro, il piccolo locale adibito a palmento, tutto è stato recuperato e reso operativo.

Qualcosa di più del classico “tuffo nel passato”, grazie alle fedeli ricostruzioni, agli oggetti d’epoca e alla bellezza del borgo di Cribari.

Lorenzo Coscarella

(PeopleLife, Novembre 2014, p.20)

Cosenza: la rivolta sfumata di fine ottobre del 1843

L’insurrezione cosentina del 15 marzo 1844 fu preceduta da un tentativo di rivolta nell’ottobre precedente. Il tentativo fallito era stato organizzato con alcune riunioni nelle attuali frazioni di Cosenza.

Cosenza_Porta_di_Ferro_PortapianaIn una notte di fine ottobre del 1843 un gruppo di persone armate attraversava Sant’Ippolito. Proveniva da Torzano. Gli armati chiedono dell’acqua, le indicazioni della via per Donnici, e si incamminano per la loro strada.

Ci sarebbero voluti mesi per capire cosa stesse succedendo …

Clicca qui per leggere l’articolo:

La rivolta sfumata di fine ottobre del 1843

oppure sull’immagine:

Rivolta_1843_L.Coscarella

 (Parola di Vita, 4/12/2014)

Il castello di Savuto

Tra le due province di Cosenza e Catanzaro, la fortezza dominava l’ingresso della valle che prende il nome dal paese e dal fiume, antica via di comunicazione dalla costa verso l’interno. Il_Castello_di_Savuto Il castello di Savuto, con la sua mole imponente ma segnata dal tempo, domina ancora non solo il villaggio ma anche tutta la vallata sottostante, nel quale scorre il fiume che ha lo stesso nome del paese. Savuto: l'ingresso della fortezzaLa zona era strategica: lungo una antica via di comunicazione, a pochi passi dalla costa tirrenica, e all’imbocco della valle che bisognava attraversare per addentrarsi nell’entroterra calabro e giungere fino a Cosenza. Un territorio ancora oggi di confine, visto che segna il limite tra le due province di Cosenza e Catanzaro. Il paese di Savuto è oggi frazione del comune di Cleto, ma ebbe in passato una maggiore autonomia, oltre che un più alto numero di abitanti rispetto agli attuali. Per la sua rilevanza appartenne a diverse famiglie nobiliari, che ne fecero il loro feudo e il cui potere era simboleggiato proprio dalla mole del castello. Savuto, arcate del castelloTra queste i D’Aquino, legati anche allo sviluppo del vicino paese di S. Mango che proprio da Savuto trae le sue origini. Una interessante iscrizione cinquecentesca visibile lungo l’accesso al maniero ricorda invece la presenza di Eliodora Sambiase, giovane vedova di Ascanio Arnone. Iscrizione ora deturpata da un cancello ma che, difficoltà di lettura permettendo, potrebbe trascriversi: “TEMPLA DEO NYMPHIS LIMPHAS HORTOSQ. VIRE(N)TES/ HANC ARCEM INDIGEN[S O]MNIBVS HOSPITIUM/ SABATII HELIODORA POTE(N)S SA(N)BLASIA PRA …/ARNONIO QUONDAM IVNCTA PVELLA VIRO”.

Dopo essere stato adibito a vari usi l’edificio è attualmente semi abbandonato, ma sono ancora ben visibili le tracce del periodo medioevale e rinascimentale in cui svolse la funzione di fortificazione. Sono moltissime le feritoie presenti tra le mura utilizzate un tempo come punti di fuoco, e lo stesso ingresso è racchiuso in un bastione cilindrico merlato.

Savuto: il centro storico con in alto il castelloSulla parte più alta della collina la torre cilindrica segna la zona più antica del maniero, ora coperta da vegetazione, accanto alla quale presumibilmente si è evoluta la zona che dovette essere adibita ad abitazione signorile. Già l’ampia volta dell’androne d’ingresso ci dà l’idea dell’imponenza che dovette avere la struttura, che sembra essere stata frazionata in più unità abitative utilizzate fino a pochi decenni fa. Negli ampi spazi aperti dominano ora i fichi d’india, e non manca un pollaio che contribuisce però a dare un tocco di vita alla struttura. È interessante scorgere qua e là i segni del complesso architettonico originario, tra archi in pietra, portali in tufo murati, grandi camini e perfino i resti di un probabile altare settecentesco in muratura, che doveva far parte di una piccola cappella nella zona del cortile centrale dal lato opposto dell’ingresso. Castello di Savuto: ruderi, pollai e fichidindiaI ruderi hanno il loro fascino, ma non si può fare a meno di pensare che la struttura sarebbe ancora in buona parte recuperabile. Da quanto appreso alcuni progetti di valorizzazione dovrebbero partire presto. In questo modo il comune di Cleto potrebbe essere uno dei pochi ad offrire ai turisti i resti di ben due castelli da visitare.

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.7 n.27, 25/09/2014, p.21)

Immagini di Savuto e del suo castello 

Dipignano: dal paese alla Motta

Tra le sue borgate presenta edifici di interesse storico e un patrimonio d’arte da scoprire. 

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Dipignano, centro abitato a pochi chilometri dalla città, mantiene ancora la sua struttura urbanistica distinta in più quartieri, ognuno dei quali ebbe in passato una propria autonomia, pur rientrando nell’unica Università di Dipignano. Nel 1745, ad esempio, le borgate dipignanesi erano ben nove: Capocasale, Brunetta, Petrone, Moscani, Porchiache, Viziosi, Santa Maria, Serritani e Motta.

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Centro della vita del paese era, ed è ancora, il quartiere Capocasale. Il rione è dominato dalla mole della chiesa di San Nicola Blandifori o della piazza, già presente nel ‘400 ma che mostra ora un aspetto tardo barocco, ricca di opere d’arte e sede dell’attuale unica parrocchia dipignanese.

Ma San Nicola non è il solo edificio storico degno di nota. Ogni borgata aveva infatti la sua chiesa e questa frammentazione dell’abitato ha fatto sì che Dipignano, insieme alla presenza di molti edifici di culto di interesse storico-culturale, conservasse numerose opere d’arte. Questo nonostante le dispersioni, i furti e l’incuria che caratterizzano le vicende delle opere di quasi tutti i centri calabresi.

Ad accompagnarci nella scoperta di una parte di questo patrimonio culturale sono il parroco don Luca Perri, lo storico Franco Michele Greco e il poeta Franco Araniti, che in forme diverse manifestano il loro impegno per il recupero delle testimonianze del passato dipignanese.motta-ruderi-dipignano

Da qualche tempo è la zona di Motta a meritare attenzione. Si tratta di una contrada rurale in cui sorgeva una borgata medioevale, distrutta dal terremoto del 1638 ma che mantiene ancora i resti della antica chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Ormai ridotta ad un rudere e adibita fino a poco tempo fa a ovile, riserva ancora alcune sorprese artistiche di una certa importanza. Sulla parete di fondo di quello che era il vano della chiesa è presente ancora oggi un enigmatico affresco, chiuso nei primi del ‘900 in una edicola in muratura.

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Il dipinto mostra una Madonna del Suffragio, o Madonna del Latte com’è nota della gente del posto, che ha avuto per l’immagine una venerazione mantenutasi anche quando l’edificio ha perso la funzione di culto. L’edicola in muratura ha permesso una discreta conservazione, ma l’opera oggi meriterebbe un intervento degli enti preposti per alcune spaccature che potrebbero portare danni maggiori. Tra i ruderi c’è ancora il bel portale in tufo sormontato da un piccolo rosone più recente in muratura mentre altri elementi in pietra sono andati purtroppo persi o trafugati.

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Alcuni interventi del parroco e di altri volenterosi del paese hanno permesso di ripulire buona parte della struttura da materiale accumulatosi negli ultimi anni, ma quello che resta dell’edificio necessiterebbe di una urgente messa in sicurezza. Insieme alla tradizione della lavorazione del rame, la presenza di questo patrimonio di edifici e di arte potrebbe rappresentare per Dipignano un vero motivo di attrazione, per chi volesse conoscere meglio i dintorni della città. 

Lorenzo Coscarella

(PdV, 16/01/2014, p.18)

Enrico VII: dal Regno di Germania a Cosenza

La parabola del figlio ribelle di Federico II

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È un legame forte, quello tra la città di Cosenza e l’imperatore Federico II. Legame testimoniato da varie vicende che portarono l’imperatore svevo a divenire figura di spicco nella storia della città nel XIII secolo. Il suo nome è legato in particolar modo al rifacimento del castello, chiamato appunto “svevo” per l’impronta lasciata dal grande Federico, ed alla consacrazione del Duomo, occasione che lo vide ospite d’onore all’evento tenutosi nel 1222.

Meno nota ai più è però la vicenda del figlio dello stesso Imperatore, vale a dire Enrico VII Hohenstaufen detto “lo sciancato”. La sua storia si lega a quella della nostra città per tristi vicende riguardanti l’ultimo stralcio della vita dello sfortunato figlio di Federico II, tanto che Cosenza divenne per Enrico l’ultima dimora.

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Nato nel 1211, fu nominato in tenera età re di Germania e come primogenito dell’Imperatore era stato designato ad avere un ruolo centrale nel governo del Sacro Romano Impero. Le cose però andarono diversamente. Mentre il padre aveva eletto come sua terra il Sud Italia Enrico era rimasto nei territori germanici, terra d’origine della casata, dove però il potere dell’imperatore era intaccato dalle manovre dell’aristocrazia locale.

Lontano dalla famiglia, e condizionato dai nobili germanici, sviluppò un carattere ribelle all’autorità del padre stesso, entrando in aperto contrasto su fronti anche molto delicati per la situazione sociopolitica dell’epoca. Arrivò ad allearsi perfino con la Lega Lombarda, che combatteva l’autorità imperiale nel Nord Italia, non potendo evitare così l’accusa di tradimento. Nel 1235 fu così condannato a morte, condanna commutata poi dal padre nel carcere a vita.

Ed è a questo punto che Enrico venne a contatto con la Calabria. In varie fortezze della regione si trovò a scontare la sua prigionia, mentre intanto si acuivano le malattie che lo affliggevano, come un difetto alla gamba che gli valse il soprannome di “lo sciancato” e una forma di lebbra al viso che lo aveva quasi sfigurato.

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Durante il trasferimento dalla fortezza di Nicastro a quella di Martirano, Enrico morì precipitando dal cavallo mentre percorreva con la scorta un tragitto tortuoso. Ciò avvenne nel 1242. Alcuni parlarono di incidente, altri di suicidio, altri ancora addirittura di un omicidio organizzato dal padre. Quel che è certo è che Federico diede disposizioni perché il corpo fosse portato con tutti gli onori proprio a Cosenza, dove le sue spoglie trovarono sepoltura nella Cattedrale:

La tomba del re ribelle

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, n.24/05/2012, p.20)