Il Governatore scrive al Rey

Ugo de Moncada, Governatore delle province della Calabria, agli inizi del ‘500 inviò da Cosenza una lettera al Re di Spagna Ferdinando il Cattolico 

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Brandelli di storia della città di Cosenza, dispersi nel corso dei secoli e a volte salvatisi fortuitamente, possono trovarsi nei luoghi più impensati. Presentiamo qui il caso di una lettera inviata da Cosenza nei primi anni del ‘500 da Ugo de Moncada, allora Governatore della Calabria, e indirizzata al Re di Spagna (e di Napoli) Ferdinando il Cattolico.

La lettera si trova attualmente presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi, e fa parte della collezione dei manoscritti spagnoli. Ugo de Moncada era infatti nato a Valenza, e da qui venuto in Italia a combattere in un primo momento per il celebre Cesare Borgia, e poi passato dalla parte del generale spagnolo Consalvo de Cordoba. De Moncada fu un personaggio in vista, cavaliere gerosolimitano e più volte nominato capitano avendo partecipato a numerose battaglie.

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Ma che ci fa un tale personaggio a Cosenza nei primi anni del XVI secolo? Nel 1504 Ugo de Moncada venne inviato in Calabria per sedare una delle varie rivolte, e per il risultato ottenuto fu nominato Luogotenente e Governatore delle province della Calabria il 28 novembre 1506. In virtù della carica ricoperta aveva in Cosenza il centro dei suoi affari, visto che la città era allora la città principale della regione.

La lettera venne spedita da Cosenza il 22 gennaio ma non si precisa di quale anno. Vista la permanenza di de Moncada in Calabria tra il 1504 ed il 1509 si potrebbe però riferirla a questi anni. È scritta in spagnolo ed è indirizzata “Al muy alto y muy poderoso Catolico Rey y Señor el Rey n.ro Señor”. Si tratta di Ferdinando d’Aragona, marito della celebre Isabella di Castiglia e sovrano spagnolo che, tra i vari titoli, detenne anche quello di Re di Napoli fino alla morte avvenuta nel 1516.

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La lettera sembra una comunicazione di informazioni al sovrano circa la conduzione di alcune cariche in Calabria. In particolare si citano la Capitanìa di Crotone e l’Ufficio di Cosenza, città sede del governatore della regione. Le cariche sembrano collegate a tale Juan Dias, sul quale il de Moncada scrive di non poter “dezir sino bien”. La missiva prosegue con una supplica al sovrano, con l’auspicio di una lunga vita al regnante, e con l’indicazione della città, cosençia, e della data, 22 di gennaio. Chiude infine con delle formule di saluto abbreviate e, in basso a destra, la firma “don Ugo de Mon/cada”.

Nel dicembre 1509 de Moncada lasciò la Calabria per la Sicilia, essendo stato nominato Vicerè di quel regno. Nel 1527, infine, dopo varie vicende, venne inoltre ottenne la prestigiosa carica di Vicerè di Napoli, che mantenne fino alla morte avvenuta in combattimento l’anno successivo.
Il documento entrò a far parte di una collezione di lettere autografe del principe Ruffo Scilla, raccolta che nel 1854 venne acquistata dalla biblioteca parigina che la custodisce tuttora.

Lorenzo Coscarella

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PdV, 25/12/2016, p. 19

1598: Cosenza commemora Filippo II

Alcune testimonianze dell’epoca attestano l’omaggio reso dalla città al sovrano nelle settimane successive alla sua morte. O almeno da una parte di essa.

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Cosenza, a fine Cinquecento, era una delle tante città periferiche del più grande impero di quei tempi: l’Impero spagnolo. Filippo II ne fu sovrano indiscusso, degno figlio di quel Carlo V tanto citato per la storica visita che fece in città nel 1535, di ritorno da una spedizione a Tunisi. Filippo II subentrò al padre sul trono del Regno di Napoli nel 1554, ed esercitò il suo potere tramite dei Viceré fino alla sua morte, avvenuta il 13 settembre 1598.

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Filippo II in età avanzata

La notizia della morte del sovrano probabilmente ci mise un po’ per giungere dalla Spagna a Cosenza. Alcune righe appuntate dal notaio cosentino Orazio Megliorella in apertura ai suoi atti di quell’anno, ci danno qualche notizia su come la città si dispose a celebrarne la memoria. Il 24 di ottobre si ordinò che tutti coloro che erano stipendiati dallo Stato si vestissero a lutto, e tenessero conseguenti comportamenti in pubblico:

per la morte de Re Philippo nostro signore tutti (gli) stipendiarij Regij se vestino de lutto, et faccino quella dimostrazione che si conviene […] et non entrare in palazzo né in casa de qualsivoglia officiale senza detti vestiti”.

L’ordine fu reso pubblico per la città dal banditore Jacovo Riccio, con la precisazione della pena della “regia disgrazia” e di un più temuto mese di carcere per i trasgressori.

Ci volle poi il 2 dicembre perché la città celebrasse in onore del defunto sovrano le esequie solenni. Luogo deputato a ciò non poteva che essere la Cattedrale, ornata per l’occasione con apparati decorativi che richiamavano insieme la tristezza dell’evento e la solennità che spettava ad un monarca. Un grande catafalco con drappi neri, ma abbellito da statue e da innumerevoli ceri, dominava la chiesa. Celebrò la funzione lo stesso arcivescovo Costanzo alla presenza delle autorità della città e della provincia, e ad un oratore gesuita fu affidato il compito di tenere il discorso funebre celebrativo.

Duomo_CosenzaL’evento venne annotato anche da Pietro Antonio Frugali nella sua Cronaca, a testimonianza dell’eco che ebbe la cerimonia. Eco durato fino al XIX tanto che anche Davide Andreotti accenna all’evento nella sua storia dei Cosentini. Per ritornare alla testimonianza coeva sopraccitata, ecco cosa annotava il Megliorella testimone di quei momenti:

“Die Mercurij secundo mensis decembris 1598 l’exequie della morte de Re Philippo 2° nostro signore sono state celebrate nella Cathedrale chiesa di questa città, dove convennero tutta la Regia Audienza vestita de bruno, la città, et li mastri Giurati di soi Casali, tutto il clero, et la messa fù celebrata per monsignor Arcivescovo Jovanni Battista Costanso, et nella metà della chiesa fù fatto uno bellissimo spacioso et alto catafalco con octo porte, coperto de bruno, et tutta la chiesa con octo statue intorno, ornato et acceso tutto de torcie. Fù facta una oracione delle glorie et prodezze et eroice virtù de sua Maestà per uno padre Gesuino et al fine delle exequie usciti dalla chiesa da tutti li regij ufficiali fù gridato ad altavoce, viva viva Re Philippo 3° nostro signore et così tutta la città et il populo gridarono per alegrezza – et volere scrivere l’inprese che furono in gran numero et l’altre cose sarebba troppo lungo, ma mi remetto a’ chi l’ha’ scripte(?)”

Il lutto quindi cedette il posto alla festa per l’ascesa al trono del nuovo monarca, un altro Filippo: il Re è morto, viva il Re.

Filippo II ritratto TizianoIl cinquecento fu per Cosenza un periodo di splendore culturale, ma i segni della prossima decadenza erano già visibili. Il regno di Filippo II, come anche parte della storiografia locale sottolinea, dal punto di vista politico non fu per la città un periodo propriamente felice. Basti pensare alla pesante tassazione, imposta da uno Stato in fin dei conti lontano, che per incrementare le entrate avrebbe tentato addirittura di vendere i Casali, i paesi dei dintorni da sempre legati alla città. I Casali però unirono le forze per pagare un riscatto e lottarono per mantenere il loro status di paesi liberi dal giogo feudale.

Cosa provarono davvero i cosentini in quell’occasione? L’operato di chi detiene il potere, in ogni caso, è sempre segnato da luci e da ombre. Ma per eventi così lontani nel tempo, avendo la storia già fatto il suo corso, ci basti per ora ricordarli come antiche curiosità.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 21/04/2011, p.19)

James Joyce e l’influenza di Gioacchino da Fiore

La conoscenza dell’abate di Fiore ha influenzato le opere del grande letterato irlandese, come emerge dalla mostra dublinese “James Joyce: Apocalypse & Exile”

James Joyce Gioacchino da Fiore

Gioacchino da Fiore suscita sempre più l’attenzione degli studiosi. È ormai conosciuto il ruolo centrale da lui esercitato nella storia medioevale calabrese, ed è appurato che anche a livello nazionale la sua figura abbia ispirato numerosi teologi e artisti. Si ha però poca consapevolezza, se non tra gli specialisti, dell’influenza che il suo pensiero e i suoi scritti hanno esercitato anche su molti pensatori stranieri.

Chi lo avrebbe detto che Gioacchino avrebbe affascinato anche uno dei più grandi scrittori del Novecento? Stiamo parlando di James Joyce (1882-1941), intellettuale irlandese che con le sue opere si è ritagliato un posto di primo piano nella storia della letteratura contemporanea.

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Alcune iniziative culturali ci a iutano a scoprire vere e proprie sorprese, come la mostra “James Joyce: Apocalypse & Exile” organizzata a Dublino dalla Marsh’s Library dall’ottobre 2014 al giugno 2015.

Joyce venne a contatto con Gioacchino da Fiore nel 1902, proprio in questa oscura biblioteca posta nei pressi della cattedrale di Dublino. Una biblioteca fondata agli inizi del ‘700 dal cardinale Marsh e che custodisce un patrimonio di libri rari non indifferente, comprese numerose edizioni italiane antiche. Tra questi libri, l’attenzione di Joyce cadde su un volume molto noto nel ‘500 contenente una seGioacchino da Fiorerie di presunte profezie attribuite all’abate florense: “Vaticinia sive Prophetiae Abbatis Ioachimi”. È una edizione veneziana del 1589, contenente una serie di illustrazioni a corredo delle profezie che dovettero colpire la fantasia del giovane Joyce. Lo scrittore, che conosceva benissimo l’italiano, si era recato nella biblioteca il 22 e il 23 ottobre del 1902 proprio sulle tracce di Gioacchino, che aveva conosciuto leggendo i racconti di un altro scrittore irlandese, William Butler Yeats.

Vaticini GioacchinoSulle opere consultate da James Joyce ed esposte nella mostra ha scritto sul portale “Alfabeta2” Fabio Pedone, e sia questi che altri studiosi hanno sottolineato il ruolo dell’abate di Fiore nelle letture dello scrittore irlandese.

Nella Marsh’s Libary, Joyce potè consultare i Vaticinia e altre opere di Gioacchino o comunque di ispirazione gioachimita, come “In Ieremiam prophetam interpretatio” e il “Liber concordiae Novi ac Veteris Testamenti”, ed altre opere di autori francescani influenzati dall’abate calabrese. Lo scrittore irlandese infatti, in un suo personale percorso di ricerca che lo portò poi ad allontanarsi dalla religione, si era dapprima avvicinato allo studio delProfezie Gioacchino francescanesimo, e in particolare del francescanesimo delle origini sul quale Gioacchino ebbe una influenza non indifferente.

Che James Joyce sia rimasto colpito da queste letture dal sapore mistico e medievale lo dimostrano vari riferimenti, anche chiaramente gioachimiti, sparsi nelle sue opere. Su tutti la citazione che gli riserva nel suo capolavoro, l’Ulisse, dove richiama proprio la sua esperienza presso la biblioteca dublinese nel passo: “La bellezza non è lì. E neppure nella baia stagnante della Marsh’s library dove leggesti le profezie sbiadite dell’abate Gioacchino”.

C’è ancora tanto da scoprire attorno alla figura del fondatore dell’ordine Florense. Sapere del ruolo esercitato dal suo pensiero a livello internazionale dovrebbe ancora di più spingerci a valorizzare questa figura a livello locale. Magari, considerando l’esempio dublinese, partendo proprio dai tesori librari dimenticati in molte polverose biblioteche del cosentino.

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, 4 luglio 2015, p. 26. Clicca per leggere l’articolo)

Articolo J.Joyce e Gioacchino da Fiore - L.Coscarella

Giovan Battista Amico, una morte avvolta nel mistero

Il giovane scienziato cosentino venne derubato e ucciso a Padova nel 1538. Aveva solo 26 anni, ed aveva pubblicato due anni prima un’opera dalla portata innovativa.

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Cultura e misteri. Sia dell’una che degli altri, le mura di Cosenza ne riservano parecchi. Le vicende dei personaggi di alta levatura nel campo delle lettere, delle arti, delle scienze che sono vissuti in città basterebbero da sole a suscitare interesse.

De Motibus corporum coelestiumA guardare bene, però, tra queste emergono figure particolarmente curiose, anche se ingiustamente sconosciute al grande pubblico. Ne è un esempio Giovan Battista Amico, giovane astronomo della prima metà del ‘500, cosentino, studente presso l’Università di Padova dove venne ucciso misteriosamente mentre stava dedicandosi a delle sue teorie innovative circa il moto dei corpi celesti.

Padova era, in quell’epoca, tra i luoghi di studio più rinomati d’Europa. Vi studiò anche Bernardino Telesio che, essendo nato nel 1509, oltre che conterraneo era quasi coetaneo di Giovan Battista Amico, la cui nascita si fissa intorno al 1512.

Amico proveniva certamente da una famiglia agiata, e a Padova compì gli studi sotto alcuni dei più rinomati professori di quel periodo. Promettente scienziato, pubblicò all’età di 24 anni la sua prima e unica opera: “De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis et epiciclis”.

Sistema tolemaico

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In essa Amico illustrava la sua teoria che, andando oltre il sistema tolemaico che voleva la terra al centro dell’universo, gettava le basi per le nuove dottrine eliocentriche poi sviluppate da Copernico.

Ma la carriera del cosentino non durò molto. Nel 1538, a soli 26 anni, la sua vita terminò infatti nel mistero. Venne aggredito e assassinato nella stessa Padova, e da quanto si tramanda fu l’invidia la causa dell’omicidio. Secondo alcuni venne derubato di documenti in cui erano descritte le ultime sue intuizioni.

Giovan Battista AmicoUn mistero impossibile da risolvere, visti i secoli trascorsi. Quel che resta certo è che, pochi anni dopo, le intuizioni del cosentino si rivelarono meritevoli di considerazione. Sembra che fossero note  anche al grande Niccolò Copernico, che pubblicò la sua teoria appena cinque anni dopo la morte di Amico. E secondo alcuni non fu solo un caso.

Lorenzo Coscarella

(People Life, maggio 2014)

Amico Cosenza

“Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza”

Questo è il titolo di un articolo dello studioso cosentino Stanislao De Chiara, apparso il 1° giugno 1922 su La Lettura, rivista mensile illustrata del Corriere della Sera. Uno sguardo da Milano su Cosenza e sui cosentini protagonisti del Risorgimento. 

La Lettura Corriere della Sera

Da un po’ di anni a questa parte, sembra che le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale siano da relegare in uno dei tanti capitoli di un vecchio libro di storia. Tra Otto e Novecento, invece, l’attenzione verso le vicende del Risorgimento era enorme. Del periodo storico da poco vissuto si era creata una immagine, è vero, un po’ edulcorata, con l’esaltazione di eventi, battaglie e personaggi che a vario titolo avessero preso parte agli avvenimenti. Ma ciò è presto giustificabile con la necessità di cementare una identità nazionale ancora non del tutto matura, che aveva bisogno di una propria “epica nazionale” di riferimento.

Vallone di RovitoA questa tendenza non si sottrassero gli studiosi locali, che partendo dalle vicende dei fratelli Bandiera avevano ben ragione a cercare di ritagliare per Cosenza lo spazio che meritava all’interno delle vicende risorgimentali. La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera, nel numero del 1° giugno 1922 dà spazio ad un articolo del cosentino Stanislao De Chiara (1856-1924), in cui lo studioso presenta brevemente ad un pubblico nazionale gli avvenimenti che videro la città e la sua provincia parte attiva nel processo di unificazione.

Il titolo è semplice ed eloquente: Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza. De Chiara parte, naturalmente, dalla vicenda dei Bandiera, ma cerca poi di porre l’accento su fatti minori, che più si caratterizzano per la loro valenza a livello locale. Il sacrificio dei fratelli veneziani e dei loro compagni è un episodio centrale ma, scrive lo studioso, “Cosenza […] ha maggiori titoli di questo, a dir il vero, per aspirare alla riconoscenza degl’italiani: titoli, acquistati dai suoi figli, e prima e dopo, della celebre spedizione, con fatti ugualmente gloriosi compiuti per amore della libertà e per odio della tirannide”.

Luigi MiceliIl principale riferimento è alla sommossa cittadina del 15 marzo 1844. Proprio l’eco di questa rivolta aveva spinto i “fuoriusciti esteri” (come erano chiamati i fratelli Bandiera e i loro compagni dai borbonici) a partire per la Calabria nel tentativo di dare manforte agli insorti.

Attenzione particolare dà poi De Chiara alla spedizione dei Mille, ed ai nove della provincia che vi presero parte, sottolineando il ruolo del cosentino Luigi Miceli. Come indica lo stesso titolo, la figura di Garibaldi, l’eroe per eccellenza, ha un ruolo centrale nell’articolo.Colonna fratelli Bandiera

Se ne citano le varie soste, il rapporto con Donato Morelli, le imprese che permisero di sbaragliare le truppe borboniche, fino a riportare il famoso telegramma dettato da Garibaldi nei pressi di Soveria: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati”.

Emerge chiaramente, nel leggere l’articolo, la volontà di De Chiara di far conoscere il ruolo svolto dalla sua città in queste vicende ormai “leggendarie”. Un po’ quello che si cerca di fare qui, certo con minore enfasi, dando spazio a chi quegli eventi li ha prodotti ma anche a chi li ha poi raccontati.

Lorenzo Coscarella 

PdV, 17/03/2011, p.12

La biblioteca del Ministro

Nel palazzo al centro del paese di Macchia, una iniziativa per rivalutare il patrimonio librario di Fausto e Luigi Gullo.

Biblioteca Calabria

Macchia è un piccolo paese presilano. Un gruppo di case aggrappate alla colline, qualche chilometro a valle dell’abitato di Spezzano Piccolo, dove da qualche mese è nata una interessante iniziativa culturale: la Biblioteca Gullo.

Palazzo Gullo MacchiaAl piano terra dell’antico palazzo di famiglia del noto avvocato e politico cosentino Fausto Gullo, sono state aperte al pubblico delle sale adibite alla custodia dei volumi.

In esse è stata sistemata l’originale scaffalatura in legno con alcuni intagli della prima metà del ‘900, prima in altro sito, e tra gli scaffali hanno preso posto i volumi della ricca biblioteca, sommando quelli da sempre presenti a Macchia e quelli che gli esponenti della famiglia avevano raccolto a Cosenza.

Macchia di Spezzano PiccoloIl tutto è stato riordinato e catalogato, grazie anche all’apporto dato dal personale della Biblioteca nazionale di Cosenza, e grazie a dei volontari la struttura apre al pubblico due volte a settimana.

Dal piccolo ma interessante fondo antico, che contiene alcune cinquecentine, seicentine e molte settecentine, emergono alcuni aspetti della la storia della famiglia e del paese. Alfonso Gullo potrebbe essere considerato
il “fondatore” della biblioteca nel suo palazzo, e difatti su molti dei libri più vecchi è possibileBiblioteca Gullo Cosenza leggere il suo nome.

Nella biblioteca confluirono di sicuro volumi già presenti in famiglia, ma non è da escludere che ne siano giunti altri di provenienza diversa. Molti ad esempio sono di chiara provenienza ecclesiastica, e lo si desume sia dall’argomento trattato sia dalle scritte apposte qua e là tra le pagine.

Vari libri vennero acquistati dai figli di Alfonso, Eugenio (1854-1923) anch’egli notaio come il padre, e Luigi (1844-1890) ingegnere e padre di Fausto. Al celebre Fausto Gullo e al figlio Luigi (1917-1998), entrambi avvocati di fama, si deve invece tutta la sezione giuridica. Volumi di diritto civile e penale e riviste giuridiche di varie epoche e di varia natura occupano la maggior parte delle scaffalature del fondo moderno.

Biblioteca Fausto GulloLa grande quantità di libri di argomento politico e sociale ricordano l’appartenenza e la lunga militanza comunista di Fausto, ma altrettanto interessante è la sezione che si potrebbe definire “Calabrese”, opere note e meno note che spaziano tra il fondo antico e quello moderno, con i testi principali della storiografia locale e vere e proprie curiosità.

Oltre ai libri, però, la biblioteca custodisce un altro patrimonio ancora tutto da esplorare. Si tratta dell’archivio, che contiene materiale prodotto durante la sua attività da Fausto Gullo e che è in corso di riordino. Visti i ruoli ricoperti dal personaggio dalle carte potrebbero emergere aspetti interessantissimi della vita politico-culturale della regione.

Biblioteca GulloLa disponibilità degli attuali eredi della famiglia ha permesso che questo “giacimento culturale” non solo non andasse disperso, ma venisse messo a disposizione della collettività. Attraverso la biblioteca si mantiene vivo anche l’antico palazzo, non più abitato come un tempo ma che continua così ad essere meta di studiosi e centro di iniziative culturali.

Lorenzo Coscarella

(Articolo intero su Parola di Vita del 05/03/2015, p.20)

Biblioteca Cosenza

Il ‘500 a Cosenza: Pietro Negroni

Attivo oltre che in Calabria anche a Roma e a Napoli, su molti aspetti della sua vita c’è ancora un alone di leggenda. Le sue opere sono capolavori dell’arte calabrese del ‘500.

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La città di Cosenza nel ‘500 era uno dei centri più all’avanguardia del Regno di Napoli. In quel secolo operarono alcuni tra i più grandi ingegni che la Calabria abbia avuto: insigni letterati, filosofi, astronomi, e non ultimo pittori. Tra questi merita un ruolo di primo piano Pietro Negroni, i cui lavori arricchiscono ancora alcune delle chiese cittadine, e soprattutto la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Pietro_Negroni_ArnoneSulla sua figura grava ancora un forte alone di mistero. Incerta la nascita, incerta la morte, incerto il volto che aveva. Per lui, però, parlano le sue opere, alcune delle quali sono giunte fino a noi mentre altre sono andate disperse nel corso dei secoli.

Tradizionalmente se ne indica la nascita al 1505 e la morte al 1565, anche se diversi elementi mettono in dubbio tali date. Riguardo al luogo di nascita i più indicano con probabilità San Marco Argentano, mentre fonti minori parlano anche di Torzano, l’attuale Borgo Partenope, frazione di Cosenza.

Secondo la leggenda era ungiovane pastore Pietro_Negroni_Fiumefreddoquando venne notato da un pittore cosentino mentre disegnava le pecore che gli erano affidate. La storia è in realtà quella di Giotto, che ben si adattava al Negroni vista l’assenza di notizie più precise sulla sua giovinezza. Riguardo alla sua formazione si sa che fu allievo di Marco Cardisco, altro celebre pittore calabrese del tempo.

Della sua vita si conosce che lavorò a Roma e soprattutto a Napoli, dove sono ancora visibili alcuni suoi dipinti la cui fama fa inserire il Negroni tra i principali protagonisti del Rinascimento meridionale. Non mancano importanti testimonianze della sua arte anche in Calabria, e soprattutto nella provincia di Cosenza.

Pietro_Negroni_Luca_e_PaoloLa città dei Bruzi ne conserva diverse. La Galleria Nazionale, ad esempio, custodisce la grande pala dell’Assunzione di Maria del 1554, la tavola con la Sacra Famiglia con S. Giovannino del 1557, e momentaneamente la Madonna con Bambino proveniente da Fiumefreddo Bruzio, attualmente in restauro. La chiesa delle Cappuccinelle possiede invece una bella Immacolata del 1558, ma è forse la chiesa di S. Francesco di Paola a conservare l’opera più bella: la Madonna con Bambino tra i santi Luca e Paolo. È un’opera imponente, realizzata dal pittore nel 1552 e ancora visibile nella chiesa per la quale venne realizzata, esempio di quanto l’arte nella città di Cosenza sia ancora alla portata di tutti.

Palazzo_Arnone_CosenzaAltre opere del Negroni sono presenti a San Marco Argentano, a Cassano, e soprattutto a Castrovillari. Si tratta di veri e propri capolavori dell’arte in Calabria nel ‘500, per la quasi totalità esposti al pubblico e fruibili dai turisti o presso musei locali o presso le chiese per le quali vennero creati. Tesori da scoprire insieme ai mille altri che la Calabria racchiude.

Lorenzo Coscarella

(PeopleLife, Luglio 2014, p. 20)

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