Riapre al pubblico il castello svevo

Il castello svevo di Cosenza è stato riaperto al pubblico il 12 giugno dopo alcuni anni di restauri.

Articolo Castello Cosenza Lorenzo Coscarella

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Il castello di Savuto

Tra le due province di Cosenza e Catanzaro, la fortezza dominava l’ingresso della valle che prende il nome dal paese e dal fiume, antica via di comunicazione dalla costa verso l’interno. Il_Castello_di_Savuto Il castello di Savuto, con la sua mole imponente ma segnata dal tempo, domina ancora non solo il villaggio ma anche tutta la vallata sottostante, nel quale scorre il fiume che ha lo stesso nome del paese. Savuto: l'ingresso della fortezzaLa zona era strategica: lungo una antica via di comunicazione, a pochi passi dalla costa tirrenica, e all’imbocco della valle che bisognava attraversare per addentrarsi nell’entroterra calabro e giungere fino a Cosenza. Un territorio ancora oggi di confine, visto che segna il limite tra le due province di Cosenza e Catanzaro. Il paese di Savuto è oggi frazione del comune di Cleto, ma ebbe in passato una maggiore autonomia, oltre che un più alto numero di abitanti rispetto agli attuali. Per la sua rilevanza appartenne a diverse famiglie nobiliari, che ne fecero il loro feudo e il cui potere era simboleggiato proprio dalla mole del castello. Savuto, arcate del castelloTra queste i D’Aquino, legati anche allo sviluppo del vicino paese di S. Mango che proprio da Savuto trae le sue origini. Una interessante iscrizione cinquecentesca visibile lungo l’accesso al maniero ricorda invece la presenza di Eliodora Sambiase, giovane vedova di Ascanio Arnone. Iscrizione ora deturpata da un cancello ma che, difficoltà di lettura permettendo, potrebbe trascriversi: “TEMPLA DEO NYMPHIS LIMPHAS HORTOSQ. VIRE(N)TES/ HANC ARCEM INDIGEN[S O]MNIBVS HOSPITIUM/ SABATII HELIODORA POTE(N)S SA(N)BLASIA PRA …/ARNONIO QUONDAM IVNCTA PVELLA VIRO”.

Dopo essere stato adibito a vari usi l’edificio è attualmente semi abbandonato, ma sono ancora ben visibili le tracce del periodo medioevale e rinascimentale in cui svolse la funzione di fortificazione. Sono moltissime le feritoie presenti tra le mura utilizzate un tempo come punti di fuoco, e lo stesso ingresso è racchiuso in un bastione cilindrico merlato.

Savuto: il centro storico con in alto il castelloSulla parte più alta della collina la torre cilindrica segna la zona più antica del maniero, ora coperta da vegetazione, accanto alla quale presumibilmente si è evoluta la zona che dovette essere adibita ad abitazione signorile. Già l’ampia volta dell’androne d’ingresso ci dà l’idea dell’imponenza che dovette avere la struttura, che sembra essere stata frazionata in più unità abitative utilizzate fino a pochi decenni fa. Negli ampi spazi aperti dominano ora i fichi d’india, e non manca un pollaio che contribuisce però a dare un tocco di vita alla struttura. È interessante scorgere qua e là i segni del complesso architettonico originario, tra archi in pietra, portali in tufo murati, grandi camini e perfino i resti di un probabile altare settecentesco in muratura, che doveva far parte di una piccola cappella nella zona del cortile centrale dal lato opposto dell’ingresso. Castello di Savuto: ruderi, pollai e fichidindiaI ruderi hanno il loro fascino, ma non si può fare a meno di pensare che la struttura sarebbe ancora in buona parte recuperabile. Da quanto appreso alcuni progetti di valorizzazione dovrebbero partire presto. In questo modo il comune di Cleto potrebbe essere uno dei pochi ad offrire ai turisti i resti di ben due castelli da visitare.

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.7 n.27, 25/09/2014, p.21)

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Impressioni di agosto

Per chiudere il mese di agosto ecco un post che punta sulle immagini più che sulla parola scritta.

Savuto_Cleto_Castello_e_Borgo

La bellezza nascosta in posti poco noti della provincia di Cosenza, che le foto scattate nel corso di una delle tante “esplorazioni” riescono a trasmettere solo in parte. Ma ci provo …

Le immagini raccontano di Savuto e Cleto: due paesi tra mare e montagna, con due castelli ormai ridotti a rudere (o quasi) e due centri storici interessanti ma da valorizzare. Savuto, che dà il nome a tutta la valle, molti di voi lo avranno notato percorrendo l’autostrada tra Falerna e San Mango, disteso sulla montagnola al di là del fiume. Cleto invece, già chiamato Pietramala e che prese poi il nome della magnogreca città di Cleta, rivive ogni anno grazie al Cleto Festival, una iniziativa portata avanti dai giovani del luogo.

Chi ama scoprire i luoghi lontani dalle mete classiche di certo non resterà deluso.

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Luigi III d’Angiò, il Re mancato

Nella prima metà del ‘400 Cosenza venne scelta come propria sede dall’erede al trono del Regno di Napoli, lo sfortunato Luigi d’Angiò.

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castello-svevo-cosenzaCosenza, la capitale del Bruzio, nei secoli ha incrociato i suoi destini con quelli di principi, re e imperatori. Protagonisti della storia europea per i quali Cosenza fu un luogo di passaggio. Alcuni vi trovarono la morte, uno solo però vi fissò la sua dimora, facendo diventare la città la seconda per importanza dell’intero Regno di Napoli: Luigi III d’Angiò.

Re titolare di Napoli, assunse poi il titolo di Duca di Calabria riservato agli eredi al trono del Regno. Un regno del quale, però, non divenne mai Re. È una storia sfortunata quella di Luigi d’Angiò.

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Margherita di Savoia

A causa delle faide e delle rivalità non poté entrare in potere di nessuno dei quattro titoli regali ereditati dai suoi avi, e nonostante fosse stato riconosciuto erede al trono di Napoli, venne colto da una malattia prima di diventare re, e cessò di vivere proprio nella città di Cosenza.

Seppur per un breve periodo, Cosenza conobbe in quegli anni un’epoca di grande prosperità. Il castello che domina il Pancrazio da fortezza militare era divenuto dimora signorile, pronta ad accogliere anche la moglie di Luigi: Margherita di Savoia. Luigi, secondo gli storici cosentini, raggiunse la moglie alle porte della città, insieme ad un ricco corteo di dignitari, dame ed ecclesiastici. Insieme sarebbero poi risaliti verso il castello divenuto loro sede, mentre i festeggiamenti sarebbero durati per otto giorni di seguito.

ImmagineMa il matrimonio non durò a lungo. Nel 1434 Luigi si ammalò, e terminò i suoi giorni il 12 novembre di quell’anno tra le mura del castello. Il suo corpo venne sepolto in Cattedrale, e sul suo sepolcro eretto un monumento che, citato fino alla fine del ‘500, è andato poi irrimediabilmente perduto.

Di Luigi III resta lo stemma angioino posto sulle volte interne del castello, l’edificio che resta l’unico vero monumento a ricordo del meno conosciuto tra i monarchi passati per la città.

Lorenzo Coscarella

(People Life, marzo 2014)

Il castello di San Lucido

Ridotto in macerie dal terremoto del 1905, ciò che resta oggi del castello di San Lucido versa in stato di abbandono.

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Basta guardarne i ruderi, per avere una idea della grandezza che il castello di San Lucido deve avere avuto in passato. Dell’antico palazzo, della parte del maniero un tempo adibita a dimora gentilizia, però non resta quasi nulla. Eppure per la storia che è passata attraverso le sue mura avrebbe meritato ben altra sorte.

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Il castello prima del terremoto del 1905

Purtroppo, e sono passati più di cento anni, il terremoto del 1905 ha ridotto ad un cumulo di macerie quello che era stato il castello feudale. Come testimoniato infatti dalla storiografia locale il territorio di San Lucido fu donato dal Duca di Calabria Ruggero nel 1092 agli arcivescovi di Cosenza, che da quella data ne divennero feudatari trasmettendo il feudo da predecessore a successore. Sarebbe stato proprio il primo arcivescovo feudatario, Arnolfo II, ad avere un ruolo centrale nell’edificazione del castello.

Per la sua posizione sul mare, in un territorio spesso preda di incursione da parte dei pirati saraceni, è facile capire quanto sia stata strategica in quel periodo la rocca di San Lucido. Quello che resta delle mura si mostra appunto come il residuo di una struttura fortificata con evidente funzione difensiva.

I ruderi del castello

Nel XV sec. gli arcivescovi cosentini cedettero il loro feudo, ed il castello divenne dunque patrimonio ereditario di varie famiglie tra cui i Carafa, e soprattutto i Ruffo, cui San Lucido appartenne fino all’eversione della feudalità nel 1806. A quest’ultima famiglia in particolare è legata una nota pagina della storia della cittadina tirrenica: la nascita del cardinale Fabrizio Ruffo nel 1744, che nato proprio tra le mura della fortezza, legò il suo nome alla repressione della Repubblica Napoletana del 1799. Intanto il maniero, come molti altri castelli calabresi, da fortezza aveva preso col tempo la forma di palazzo nobiliare, come mostrano alcune rare foto precedenti al terremoto del 1905. Al terremoto seguì l’abbandono, che ancor di più accelerò il declino di quanto restava, anche se in tempi recenti non sono mancate le proposte di rendere fruibili i resti dell’ancora imponente edificio.

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Interessante da notare è anche la vicinanza con la chiesa di San Giovanni. Divenuta sede della parrocchia nel 1745, vista la sua posizione verrebbe facile supporre una sua nascita in tempi molto più remoti, con la funzione di chiesa castellana.

Intanto è proprio dal piazzale prospiciente la chiesa e affacciato sul Tirreno che si può ammirare l’arco che collegava la fortezza con l’esterno, il luogo dell’antico ponte levatoio, simbolo di quello che resta del castello e ricordo di quello che era.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 17/05/2012, p.21)