Il mistero della tomba di Telesio

Era in Cattedrale, ma dove di preciso? La questione ci ha incuriositi e abbiamo fatto alcune ricerche. Nell’articolo forniamo così una ipotesi, basata sulla collocazione dell’antica cappella di famiglia in fondo alla navata destra.

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Nei primi giorni di ottobre del 1588 moriva nella sua città il filosofo Bernardino Telesio. Alcuni studiosi riportano il 3 come data della morte e l’8 come data della sepoltura, e si sa che la salma del filosofo fu esposta per qualche tempo in Cattedrale, come riferito dall’autorevole testimonianza di un altro grande calabrese, Tommaso Campanella, giunto proprio in quei giorni a Cosenza.

Campanella sperava di conoscere Telesio, la lettura delle cui opere lo aveva conquistato, ma non poté far altro che rendere omaggio al suo feretro e deporvi un componimento in sua memoria.

ImmagineIl corpo di Telesio venne quindi deposto nella stessa cattedrale nella sepoltura di famiglia, ma della sua tomba non resta più alcuna traccia, né vi si trovano indicazioni dell’originaria posizione. Considerando alcuni dati se ne potrebbe però ipotizzare la collocazione.

La tomba era ancora visibile nel 1693 quando visitò Cosenza l’abate Pacichelli, ma dovette andare dispersa con i restauri di metà ‘700 voluti dall’arcivescovo Capece Galeota, durante i quali si innalzò anche il livello del pavimento. Nel 1838 il letterato cosentino Francesco Saverio Salfi scriveva di come alcuni anni prima l’iscrizione sepolcrale di Telesio si fosse rinvenuta in duomo, nella cappella del Crocefisso. Su di essa si leggeva: “Thylesii tegit ossa lapis; da lilia busto – Vivit ubi victi gloria Aristotelis”. Ma non tutti gli studiosi concordano sull’autenticità di quanto scriveva il Salfi.

Lo storico Davide Andreotti ci dà un elenco delle cappelle laterali del duomo che può essere utile nel fare una ipotesi sul posto dove la tomba di Telesio poteva trovarsi. Lo storico elencava in genere le cappelle partendo dall’ingresso fino al presbiterio, e per il duomo enumerava “nell’ala destra entrando in chiesa” sette cappelle, tra cui una cappella della famiglia Telesio con relativo sepolcro intitolata al “SS.Crocifisso”. Si trattava della sesta cappella elencata, e in genere nelle navate laterali le cappelle erano costituite da altari lungo la parete, in corrispondenza di ciascun arco.

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Nella cattedrale di Cosenza sui pilastri in tufo si innestano otto arcate. A destra, alla sesta arcata corrisponde la parete su cui si apre la porta laterale che dà sul corso. Considerando ciò, la posizione della cappella Telesio scalerebbe alla settima arcata, dunque la posizione del sepolcro si potrebbe ipotizzare nell’area in cui si vede sistemato il frammento dell’antico pavimento della chiesa, poco prima del sarcofago marmoreo detto di Enrico VII.

Naturalmente una più accurata ricerca documentaria potrebbe apportare maggiori notizie in merito. Degli altari laterali non resta infatti più alcuna traccia, visto che furono completamente rimossi agli inizi del ‘900. Oggi della cappella dei Telesio resta solo il grande Crocefisso ligneo che pende dall’arco del presbiterio. Opera che, risalendo al XV secolo, allo stesso Bernardino Telesio doveva essere familiare.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 26/01/2012, p.21)

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‘A quadara – Borgo 1835

Borgo, 1835: un omicidio efferato sconvolge il paese.
Maria muore per mano del cognato, a causa di una pentola

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“Madonna! Confessione!” Così gridò la povera Maria Cavallo correndo fuori dalla casa della suocera, dopo che la lama del cognato Angelo Maria Lavalle l’aveva colpita due volte. Conscia della sua vicina fine, sapendo che ogni soccorso per lei non sarebbe più servito, cercava almeno soccorso per la sua anima. E tutto per una “quadara”… ma meglio esporre brevemente i fatti.

ImmagineQualche tempo prima, Pietro Lavalle, padre di Angelo e suocero di Maria, era morto nella sua misera casa lasciando un po’ di roba da dividere ai suoi tre figli.

Per evitare liti tra loro fu chiamato a fare da “giudice” nella questione il signor Bonofiglio che, cercando di accontentare tutti non scontentando nessuno, divise come meglio poté i pochi oggetti tra i fratelli. Ad Angelo Maria toccò una caldara di rame, la famosa “quadara”, o meglio, la “maledetta” quadara, come viene definita negli atti del processo. Maria “desiderava” quella pentola, inutile dire quindi che rimase scontenta dalla spartizione. E nulla fece per nasconderlo: «Ci deve bollire nella quadara» – disse imprecando verso il cognato.

Subito la frase arrivò alle orecchie di Angelo, che di certo non era uno stinco di santo. Era il 13 agosto del 1835 quando …

Per il seguito ecco il link:

http://ippolitoborgo.altervista.org/Documenti&Articoli/pdf/2010-02-14-15.pdf

(Il Quotidiano della Calabria, 14 febbraio 2010, p.15)

Raffaele Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

Le sue opere sono conservate in moltissimi paesi della provincia, tra cui particolarmente significative quelle di Corigliano e di Laurignano.

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Raffaele Aloisio, pittore originario di Aiello Calabro, fu un pittore provinciale, è vero, ma le sue opere furono molto apprezzate dalla committenza locale. Basti pensare, come ricordano tutti gli storici locali che si sono occupati della sua figura, all’elogio fattogli da Vincenzo Padula, letterato e intellettuale di primo piano nella Calabria di metà Ottocento, che nel corso di una esposizione di quadri nel 1865 affermò che le sue opere stavano alle altre esposte come “due poemi epici ad una raccolta di sonetti”.

Restano tracce della sua attività in moltissimi paesi della provincia. Si tratta per la stragrande maggioranza di opere raffiguranti soggetti sacri, molte ancora esposte nelle chiese grandi e piccole della ottocentesca Calabria Citra. Non mancavano però le commesse “laiche”, come testimoniano alcuni rari ritratti o dipinti di varia natura presenti in collezioni private.

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Generalmente libri ed articoli che si sono occupati di lui danno come data di nascita un generico “giugno 1800”. Ricerche più precise ci hanno aiutato a fissare con più precisione la sua nascita al 29 maggio di quell’anno (i dettagli nell’articolo intero sul giornale). L’Aloisio abitò in Aiello e precisamente nel quartiere di S. Giuliano, dove prima di lui vi abitavano i suoi.

Difficile dire degli studi dell’Aloisio. È ipotizzabile una formazione napoletana, visto che i calabresi portati per le arti raggiungevano in genere l’allora capitale del Regno per approfondire gli studi.

aloisio-pittore-cosenza-2  A conservare i suoi dipinti è innanzitutto il suo paese natale, dove nelle varie chiese sono conservate tele e pitture murali risalenti a vari periodi. Seguono poi i paesi vicini, Lago, Cleto, e molti altri dalla costa all’entroterra, da piccoli paesi a grandi centri quali Castrovillari, Acri, Rossano, Cariati. Fuori regione è invece da segnalare la presenza di alcune sue opere a Rotonda, in prov. di Potenza. Ma particolarmente significativa è la sua presenza a Corigliano, dove restano molti dipinti e dove secondo alcune fonti il pittore morì intorno al 1888. Quest’ultima faccenda è ancora da verificare, ma i documenti presto potrebbero far luce anche su ciò. Quel che è certo è che su Raffaele Aloisio dopo la sua morte scese l’oblio.

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 Anche a Cosenza è possibile vedere alcune delle sue opere, ma uno dei posti che più conserva le tracce dell’artista è Laurignano. Qui sono conservate diverse tele da lui firmate negli anni ’60 dell’Ottocento e altre gli vengono attribuite, tra cui un enigmatico ciclo con le storie di fra Benedetto datato tra 1862 e 1865.

Laurignano custodisce quindi un prezioso corpus di opere dell’artista, ma molte altre attendono di essere scoperte in altri luoghi. Di alcune, come detto, pur restando nel campo delle ipotesi si è già parlato (Cfr. Pdv n.7/2013 p.19), e si spera che presto altre ne seguano per continuare a dare attenzione a questi aspetti “minori”, ma non per questo meno importanti, dell’arte e della cultura calabrese.

Lorenzo Coscarella

Per l’articolo intero: Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

oppure clicca sull’immagine: articolo-aloisio-coscarella-2013

(Parola di Vita, 11/04/2013, p.19)

L’atto di nascita della DC cosentina

Tra i partecipanti alla prima riunione molti provenivano dal vecchio Partito Popolare e dall’A.C. Fondamentali le figure di Luigi Nicoletti e Gennaro Cassiani.

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L’Italia era ancora in piena guerra, nel 1943, ma con grandi differenze tra il nord, il centro, ed il sud della penisola. In quest’ultima area lo sbarco degli Alleati a settembre aveva portato ad un periodo di relativa calma, tanto che si mossero i primi passi verso la rinascita della vita politica democratica.

I partiti che erano rimasti nella clandestinità ripresero la loro attività alla luce del sole, e nuovi partiti si formarono, sotto la vigilanza del Comando Angloamericano che controllava il Meridione.

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Ogni partito iniziò quindi a strutturarsi, a darsi una organizzazione, e a fare propaganda, così come a livello nazionale anche a livello cosentino. Tra questi la Democrazia Cristiana. La nascita della DC cosentina è legata a doppio filo con due personalità di spicco del mondo cattolico del tempo: don Luigi Nicoletti (1883-1958) e Gennaro Cassiani (1903-1978).

Il primo, sacerdote di origine sangiovannese e professore, era stato tra i fondatori del partito popolare in città già nel 1919. Durante il fascismo aveva dato prova di avversare il regime in più occasioni, soprattutto da quando nel 1935 aveva assunto la direzione del periodico diocesano “Parola di Vita”. Gennaro Cassiani invece, avvocato e giornalista, era tra i giovani cattolici che si stavano avvicinando alla politica passando dalle fila dell’Azione Cattolica.

Il ruolo di entrambi fu quindi decisivo per la nascita della Democrazia Cristiana in città, e lo testimonia un documento che potremmo definire “l’atto costitutivo” del partito democristiano a Cosenza, in cui chi scrive si è imbattuto nel corso delle ricerche per la tesi di laurea.

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Si tratta del primo verbale delle riunioni del Comitato Esecutivo Provinciale del partito, datato 3 novembre 1943, conservato insieme agli altri documenti del partito presso l’archivio del Dipartimento di Linguistica dell’Unical.

A poco più di tre mesi dalla caduta del regime fascista la DC dunque si organizzava anche a Cosenza. Il primo incontro ufficiale si tiene nella sede di via Rivocati, al secondo piano del n. 76. È interessante scorrere l’elenco dei presenti alla riunione, e subito risaltano i nomi di ben sette sacerdoti e sei avvocati. È evidente come la componente maggiore fosse quella cittadina di estrazione borghese, come dimostra l’alto numero di professionisti, e tra questi figurano numerosi esponenti di famiglie in vista della città e della provincia. I cognomi di molti di questi ricorreranno ciclicamente nella politica cittadina fino ai giorni nostri, e proprio questo intreccio tra famiglie e potere è una delle caratteristiche peculiari della vita politica cosentina, trasversale ai vari partiti.

Nel 1943, nei primissimi mesi della democrazia italiana, i partiti cercarono di superare momentaneamente le differenze ideologiche e far prevalere la volontà di superare il momento difficile che si stava vivendo. Col passare del tempo però le posizioni si fecero sempre più divergenti, soprattutto con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali prima del 1946 e poi, soprattutto, del 1948. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Coscarella

articolo-dc-cosenza-coscarella  (Parola di Vita, 28/03/2013, p.18)