Tra popolani e imperatori: la Fiera di San Giuseppe

L’evento annuale, che è ormai un aspetto centrale dell’identità cittadina, raccoglie l’eredità delle antiche fiere istituite a Cosenza nel corso degli ultimi ottocento anni.

Cosenza

Non è un semplice evento commerciale, e questo è chiaro per chiunque vi abbia mai fatto un giro. La fiera di S. Giuseppe è per Cosenza uno di quei momenti che contribuiscono a creare l’identità della città. Economia e tradizione, ma anche storia, accoglienza, suoni, colori, sono alcuni dei vari elementi che caratterizzano questo avvenimento che paralizza un’intera città, ma al quale nessuno rinuncerebbe.

Fiera_Busento_Cosenza In genere si riconducono le origini della fiera ai tempi dell’ormai mitico Federico II. In realtà la storia della fiera di San Giuseppe è ben più complessa, ed ha raccolto in sé l’eredità di molte fiere e mercati che si tenevano nella città dei Bruzi durante l’anno. Questi eventi prendevano il nome dalle ricorrenze religiose in cui si tenevano, ma assumevano un’importanza che andava ben oltre l’evento religioso divenendo momenti centrali nello scorrere della vita cittadina.

Per la sua posizione, Cosenza dovette avere un ruolo centrale negli scambi commerciali fin dall’antichità. È con l’imperatore Federico II però che la città viene riconosciuta ufficialmente come uno dei centri economici dell’Italia meridionale. Nel 1234 infatti l’Imperatore tenne un parlamento a Messina, in cui stabilì che nel corso dell’anno si tenessero nel Regno di Sicilia sette fiere. Tra queste figurava la fiera di Cosenza, che si sarebbe dovuta tenere dal 21 settembre al 9 ottobre, dalla festa di S. Matteo a quella di S. Dionigi.

cosenza-vecchiaNel 1416 la fiera di Cosenza si trova citata come “Fiera della Maddalena”. Era detta così l’antica chiesa oggi nota come “della Riforma”, e la fiera si teneva nei giorni a cavallo del 22 luglio proprio tra la chiesa e il quartiere dei Rivocati. Uno spazio ampio dunque, appena fuori città, che per più giorni diventava il cuore dell’intera provincia. Il prodotto più importante che vi si commerciava era la seta, per la quale Cosenza era famosa, ma non mancavano le altre merci tipiche di una economia ancora in gran parte rurale.

Fiera_Cosenza_1927Nel corso del ‘500 vennero istituite in città altre due fiere, a conferma di come la città fosse centrale per gli scambi commerciali della regione. Una era quella di S. Agostino, istituita dall’imperatore Carlo V nel 1532, che si teneva nei pressi della chiesa dello stesso santo (nel quartiere dei pignatari) per dodici giorni a partire dal 22 agosto. L’altra era la fiera dell’Annunziata, istituita dall’imperatore Filippo II di Spagna nel 1555, e che si teneva a marzo nella zona dell’antico ospedale, l’area cioè dell’attuale piazza dei Bruzi. È interessante notare come le entrate di quest’ultima fiera fossero destinate al mantenimento dell’ospedale cosentino, che fin da allora aveva il titolo dell’Annunziata.Cosenza-quartiere-massa-pignatari

Col tempo queste fiere cambiarono luoghi e date, ma quando compare l’evento come fiera di S. Giuseppe?

San_Giuseppe_CosenzaÈ nel 1848 che un autore locale cita per la prima volta una fiera a Cosenza nei giorni di S. Giuseppe, insieme alle fiere dell’Annunziata e di S. Francesco di Paola. Vi affluivano gli abitanti di tutti i paesi vicini e vi si poteva trovare ogni sorta di mercanzia, dagli oggetti pregiati ai beni di prima necessità. Ancora a fine ‘800 le fiere che si tenevano erano queste tre, ma dall’inizio del ‘900 è la fiera di S. Giuseppe a restare come unica depositaria di tutte queste tradizioni.

Il nome gli viene dal fatto che si tiene nei giorni antecedenti il 19 marzo, ed è strettamente legata al culto del santo che si venerava nella chiesa di S. Gaetano, nel centro storico della città, che diventa ancora oggi in quei giorni meta di numerosi cosentini.

Chiesa_S._Gaetano_CosenzaI prodotti esposti tra le bancarelle sono ovviamente cambiati, e anche molto. Alberi da frutta, animali, recipienti in terracotta e prodotti agroalimentari della zona hanno lasciato gradualmente il posto a vimini, giocattoli, articoli per la casa, mobili, piante. A ben guardare sono però tante le analogie con le fiere del passato. Innanzitutto il percorso della fiera: anche se le ultime tendenze vedono l’evento spostarsi lungo il moderno Viale Mancini, la fiera occupa ancora parte delle zone di Rivocati, di S. Agostino (oggi la Massa), quelle attorno alla chiesa di S. Gaetano e al municipio di Cosenza. Tutte aree che hanno visto svolgersi nel corso dei secoli le fiere di cui si è parlato.

I prodotti di artigianato inoltre sono ancora presenti, i vasi in terracotta ricalcano ancora quelli di secoli fa, i mostaccioli con il loro sapore pure, affiancati dalle zeppole che sono ormai il dolce simbolo dell’evento.

Zeppole_S.Giuseppe

Zeppola

 

 

 

 

 

 

La Fiera del resto non è un evento statico, ma si evolve e cambia a seconda dei tempi e delle persone. Negli ultimi decenni alla fiera si affiancava un programma di musica Rock molto apprezzato. Uno degli aspetti più recenti, ma allo stesso tempo più significativi della fiera è inoltre l’importanza data all’accoglienza. Partendo dal fatto che nei giorni in questione si riversano in città anche numerosi stranieri, anni fa da alcune associazioni cosentine è nata l’idea di “Fiera in mensa”, un evento nell’evento che mira ad accogliere e ad offrire un pasto caldo e un luogo dove dormire ai venditori che si trovano in città.

Non mancano quasi Fiera di S. Giuseppemai le polemiche. Il traffico, i luoghi scelti per le merci, la chiusura o meno delle scuole. Una settimana di fuoco per la città, che in quei giorni però acquista nuova vita. Perché, dopo tutto, i cosentini alla fiera di S. Giuseppe sono affezionati.

Lorenzo Coscarella

(PeopleLife, Marzo 2015, p. 21)

Enrico VII: dal Regno di Germania a Cosenza

La parabola del figlio ribelle di Federico II

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È un legame forte, quello tra la città di Cosenza e l’imperatore Federico II. Legame testimoniato da varie vicende che portarono l’imperatore svevo a divenire figura di spicco nella storia della città nel XIII secolo. Il suo nome è legato in particolar modo al rifacimento del castello, chiamato appunto “svevo” per l’impronta lasciata dal grande Federico, ed alla consacrazione del Duomo, occasione che lo vide ospite d’onore all’evento tenutosi nel 1222.

Meno nota ai più è però la vicenda del figlio dello stesso Imperatore, vale a dire Enrico VII Hohenstaufen detto “lo sciancato”. La sua storia si lega a quella della nostra città per tristi vicende riguardanti l’ultimo stralcio della vita dello sfortunato figlio di Federico II, tanto che Cosenza divenne per Enrico l’ultima dimora.

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Nato nel 1211, fu nominato in tenera età re di Germania e come primogenito dell’Imperatore era stato designato ad avere un ruolo centrale nel governo del Sacro Romano Impero. Le cose però andarono diversamente. Mentre il padre aveva eletto come sua terra il Sud Italia Enrico era rimasto nei territori germanici, terra d’origine della casata, dove però il potere dell’imperatore era intaccato dalle manovre dell’aristocrazia locale.

Lontano dalla famiglia, e condizionato dai nobili germanici, sviluppò un carattere ribelle all’autorità del padre stesso, entrando in aperto contrasto su fronti anche molto delicati per la situazione sociopolitica dell’epoca. Arrivò ad allearsi perfino con la Lega Lombarda, che combatteva l’autorità imperiale nel Nord Italia, non potendo evitare così l’accusa di tradimento. Nel 1235 fu così condannato a morte, condanna commutata poi dal padre nel carcere a vita.

Ed è a questo punto che Enrico venne a contatto con la Calabria. In varie fortezze della regione si trovò a scontare la sua prigionia, mentre intanto si acuivano le malattie che lo affliggevano, come un difetto alla gamba che gli valse il soprannome di “lo sciancato” e una forma di lebbra al viso che lo aveva quasi sfigurato.

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Durante il trasferimento dalla fortezza di Nicastro a quella di Martirano, Enrico morì precipitando dal cavallo mentre percorreva con la scorta un tragitto tortuoso. Ciò avvenne nel 1242. Alcuni parlarono di incidente, altri di suicidio, altri ancora addirittura di un omicidio organizzato dal padre. Quel che è certo è che Federico diede disposizioni perché il corpo fosse portato con tutti gli onori proprio a Cosenza, dove le sue spoglie trovarono sepoltura nella Cattedrale:

La tomba del re ribelle

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, n.24/05/2012, p.20)

La tomba del re ribelle

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Enrico VII fu sepolto nel Duomo di Cosenza nel 1242, e la sua fu la prima delle “regie tombe” presenti nel monumento insieme a quella della regina Isabella di Francia e a quella andata perduta di Luigi d’Angiò.

Il sarcofago indicato come la sua tomba è posto alla fine della navata destra, addossato al muro vicino ai resti dell’antico pavimento. Si tratta di un bel sarcofago romano in marmo risalente circa al IV secolo d.c., detto “sarcofago di Meleagro” perché rappresenta sul fronte la scena mitologica dell’uccisione da parte dell’eroe greco del cinghiale calidonio.

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In realtà non è chiaro dove la tomba fosse collocata in origine. Secondo Andreotti “il suo tumulo fu alzato nel corridoio che precede l’entrata due congregazioni di S.Filippo e Giacomo e dell’Assunta” e lo stesso storico precisa poi che “esso vi stette sino al 1576 epoca in cui l’Arcivescovo Matteo Andrea Acquaviva volendo rendere più largo quel corridojo di lì il fece togliere”.

In quell’occasione il sepolcro fu aperto, e “vi si trovarono le ossa avvolte in un panno di seta color leonato tessuto d’oro consunto”. Secondo alcune fonti i resti vennero così conservati per qualche tempo nella sagrestia.

Il sarcofago ora esposto venne ritrovato nel 1934 durante degli scavi “nel campo della navata centrale presso la porta”. Il riutilizzo di reperti classici per le sepolture era prassi comune nel medioevo, anche tra i regnanti. Ad avvalorare l’ipotesi che i resti in esso contenuti siano del figlio di Federico II è stata una indagine paleo-patologica eseguita nel 1998, indagine che ha verificato la presenza sullo scheletro di deformazioni al ginocchio e sul cranio, corrispondenti alle caratteristiche fisiche di Enrico tramandateci dalla storia.

Lorenzo Coscarella

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(Parola di Vita, n.24/05/2012, p.20)