La Saracena calabrese

Saracena: tra vicoli, chiese e palazzi, uno sguardo al paese ai piedi del Pollino in un giorno di mercato

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È la Saracena circondata di forte muraglia, con molte Torri all’intorno, con quattro porte, che s’esce alle campagne, le quali sono molte spaziose, e fertilissime”. Così scriveva a fine ‘600 Giovanni Fiore a proposito di Saracena, paese alle falde del Pollino ancora innevato dal quale, però, lo sguardo giunge fino al Mar Ionio.

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Facciamo un giro nel paese in un giorno di mercato, e le luminarie sparse per le strade ci ricordano anche che è la vigilia della festa di S. Leone, uno degli appuntamenti più attesi della zona.

Delle mura e delle torri non c’è più quasi più traccia, demolite o inglobate nel resto delle costruzioni che costituiscono il dedalo di vicoli del centro storico. Come non c’è quasi più traccia del maestoso castello che dominava l’abitato, del quale restano poche foto e la celebre stampa tratta dall’opera del Pacichelli.

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Un peccato che sia stato demolito, in varie fasi tra gli anni ’30 e gli anni ’70, trattandosi del simbolo delle vicende feudali di un paese appartenuto a diverse famiglie, dai Sanseverino agli Spinelli, passando per i duchi Pescara di Diano.

Le tracce del passaggio di queste famiglie, e delle altre famiglie notabili che hanno influenzato la storia di Saracena negli ultimi cinquecento anni, si possono ancora notare lungo i vicoli, sulle facciate dei palazzi e soprattutto nelle chiese, che custodiscono dei veri e propri tesori.

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Basti dare un’occhiata alla chiesa di San Leone che, come scriveva un autore dell’800, “rassembra una celebre, e sontuosa Basilica”. L’edificio, il cui aspetto attuale è il frutto di numerosi rimaneggiamenti effettuati nel corso dei secoli, presenta non pochi elementi di interesse: dalla cappella del titolare in marmi policromi del ‘700 al fonte in pietra a forma di leone accovacciato, dalle numerose statue lignee seicentesche al ciborio marmoreo cinquecentesco, fino a quella che dovette essere la cappella dei locali feudatari.

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La chiesa è intitolata al santo maggiormente venerato a Saracena, il cui culto è attestato nel paese già nel 1224 e che nel 1630 venne acclamato dagli abitanti come Patrono e confermato in questo ruolo dal papa del tempo. La festa di San Leone, come dicevamo, è conosciuta non solo dalla gente dei dintorni ma anche oltre ed una delle feste tradizionali più particolari della Calabria.

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Insieme a San Leone e ai fucarazzi Saracena fa parlare ancora di sé il suo moscato, per il quale era celebre già nei secoli passati anche oltre i confini della regione. Intanto vive attualmente i problemi di tutti i paesi calabresi, con la necessità di lavorare ancora molto per valorizzare ciò che resta del passato e, allo stesso tempo, cercando di creare i presupposti per il futuro del paese. E vista l’importanza delle tracce che il passato ha lasciato, chissà che le due cose non possano fondersi.

Lorenzo Coscarella

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Il titolo di Città per Rende e Mendicino

I due comuni del cosentino sono stati insigniti del riconoscimento. Molti centri in Calabria godono di questo riconoscimento da alcuni secoli e per le ragioni più varie.

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Rende e Mendicino sono da ora, per la legge, le due città più giovani della Calabria. I due comuni infatti sono stati insigniti del titolo di Città. Cosa significa questo?

Rende di fatto lo era già, una delle città più vivaci della regione, che integrandosi con Cosenza forma il nucleo principale di un’area urbana attorno alla quale ruotano anche i numerosi comuni del circondario. Anche Mendicino si inserisce tra i centri orbitanti nell’area urbana cosentina e il conferimento del titolo va a sancire i progressi fatti negli ultimi anni dal comune delle Serre.

Mendicino CosenzaIn Italia il “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (D.lgs. 18 agosto 2000 n.267) stabilisce all’art. 18 che “Il titolo di città può essere concesso con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’interno ai comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l’attuale importanza”. Una concessione che arriva al termine di un particolare iter amministrativo.

L’ordinamento attuale prevede dunque che sia il Presidente della Repubblica a sancire il titolo, tuttavia alcuni centri ne godono comunque per ragioni storiche che affondano le proprie origini anche a molti secoli addietro. Il titolo, insieme al prestigio, comportava anche altri vantaggi e privilegi, soprattutto nella tassazione. La città di Cosenza, ad esempio, gode di questo titolo “ab immemorabili”. Da sempre Città Regia, come capitale del Bruzio Cosenza fu nel corso dei secoli il centro abitato principale di un’area che andava ben oltre l’attuale provincia, e viene infatti indicata come città in tutti i documenti sin dal Medioevo.

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Molti centri in Calabria godono di questo titolo da alcuni secoli e per le ragioni più varie. Catanzaro e Castrovillari, ad esempio, sin dal ‘500 con privilegi dell’imperatore Carlo V, e per diverse ragioni anche altri centri grandi e piccoli, da Reggio Calabria a Strongoli, da Lamezia Terme a Petilia Policastro, da Rossano a Corigliano Calabro. Un accenno particolare merita il caso di Cutro (Kr), che ottenne il titolo nel ‘500 grazie ad una partita a scacchi. Dopo aver vinto una celebre sfida scacchistica nel 1575, infatti, il cutrese Giovanni Leonardo Di Bona chiese e ottenne in premio il privilegio del titolo di città per il suo paese natale.

Mendicino

Anche altri luoghi del cosentino godono del titolo di città grazie a privilegi lontani nel tempo. Tra questi ricordiamo Paola, cui venne riconosciuto il titolo sin dal ‘400, in particolare secondo alcuni storici nel 1496 da parte di Ferdinando II di Aragona. Titolo confermato poi nel 1555 dall’imperatore Filippo II di Spagna. Rogliano ricevette il titolo di città nel 1745 da parte di Carlo III di Spagna con dispaccio del 3 giugno di quell’anno. Secondo varie fonti godrebbe di questo titolo anche Scigliano su concessione del Re Filippo IV intorno al 1636. Dopo l’Unità d’Italia la concessione del titolo venne affidata al Re e regolata con apposite leggi, passando poi tra i compiti del Presidente della Repubblica fino ai nostri tempi. Tra i riconoscimenti più vicini nel tempo ricordiamo che nel 1973 è stato assegnato il titolo di Città ad Amantea, con DPR dell’8 giugno di quell’anno. Bisignano lo ottenne con DPR del 24 marzo 1994, mentre Acri con decreto del 17 settembre 2001.

Città Provincia Cosenza

Ora il titolo è stato dunque riconosciuto anche ai Comuni di Rende e di Mendicino, che con il decreto del Presidente della Repubblica rientrano da ora a pieno titolo tra le città d’Italia.

A seguito del riconoscimento del titolo di Città, l’amministrazione locale provvede anche a rinnovare lo stemma e il gonfalone. Il simbolo civico viene sormontato non più dalla cosiddetta “corona di Comune” ma dalla “corona di Città”, ovvero la corona turrita, che rappresenta una cinta muraria dotata di torri.

Corona di città

Lo stemma civico dell’antica “Terra di Rende”, come veniva definita ancora agli inizi dell’800 prima di assumere lo status di Comune, rappresenta nello scudo il castello munito di tre torri, richiamo probabilmente al castello che domina il centro storico di Rende. Uno stemma dalle origini antiche, che alcuni fanno risalire al ‘200 e che ha rappresentato nel tempo il simbolo della comunità civica rendese.  Le prime attestazioni giunte sino a noi sono scolpite sul castello e sull’arco del portale centrale della chiesa matrice, e lo stesso simbolo veniva impresso come sigillo per dare ufficialità ai documenti. È il caso di un esemplare impresso su un documento custodito presso l’Archivio Storico Diocesano di Cosenza, apposto con inchiostro nero su un documento del 1785 e che qui vi presentiamo.

Rende Cosenza SigilloCuriosamente anche lo stemma civico di Mendicino presenta tre torri, descrivendosi secondo il Decreto del 1960 “d’azzurro, ai tre monti di verde nascenti dalla punta e ordinati in fascia, sormontati ciascuno da una torre al naturale, merlata alla guelfa, aperta e finestrata di nero; la mediana più alta, il tutto sormontato da una stella d’argento raggiata”. In entrambi i casi il riconoscimento porterà all’aggiunta del nuovo elemento sul simbolo civico e sul gonfalone di rappresentanza.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 17/03/2016)

Rende stemmaStemma Mendicino

Il ‘500 a Cosenza: Pietro Negroni

Attivo oltre che in Calabria anche a Roma e a Napoli, su molti aspetti della sua vita c’è ancora un alone di leggenda. Le sue opere sono capolavori dell’arte calabrese del ‘500.

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La città di Cosenza nel ‘500 era uno dei centri più all’avanguardia del Regno di Napoli. In quel secolo operarono alcuni tra i più grandi ingegni che la Calabria abbia avuto: insigni letterati, filosofi, astronomi, e non ultimo pittori. Tra questi merita un ruolo di primo piano Pietro Negroni, i cui lavori arricchiscono ancora alcune delle chiese cittadine, e soprattutto la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Pietro_Negroni_ArnoneSulla sua figura grava ancora un forte alone di mistero. Incerta la nascita, incerta la morte, incerto il volto che aveva. Per lui, però, parlano le sue opere, alcune delle quali sono giunte fino a noi mentre altre sono andate disperse nel corso dei secoli.

Tradizionalmente se ne indica la nascita al 1505 e la morte al 1565, anche se diversi elementi mettono in dubbio tali date. Riguardo al luogo di nascita i più indicano con probabilità San Marco Argentano, mentre fonti minori parlano anche di Torzano, l’attuale Borgo Partenope, frazione di Cosenza.

Secondo la leggenda era ungiovane pastore Pietro_Negroni_Fiumefreddoquando venne notato da un pittore cosentino mentre disegnava le pecore che gli erano affidate. La storia è in realtà quella di Giotto, che ben si adattava al Negroni vista l’assenza di notizie più precise sulla sua giovinezza. Riguardo alla sua formazione si sa che fu allievo di Marco Cardisco, altro celebre pittore calabrese del tempo.

Della sua vita si conosce che lavorò a Roma e soprattutto a Napoli, dove sono ancora visibili alcuni suoi dipinti la cui fama fa inserire il Negroni tra i principali protagonisti del Rinascimento meridionale. Non mancano importanti testimonianze della sua arte anche in Calabria, e soprattutto nella provincia di Cosenza.

Pietro_Negroni_Luca_e_PaoloLa città dei Bruzi ne conserva diverse. La Galleria Nazionale, ad esempio, custodisce la grande pala dell’Assunzione di Maria del 1554, la tavola con la Sacra Famiglia con S. Giovannino del 1557, e momentaneamente la Madonna con Bambino proveniente da Fiumefreddo Bruzio, attualmente in restauro. La chiesa delle Cappuccinelle possiede invece una bella Immacolata del 1558, ma è forse la chiesa di S. Francesco di Paola a conservare l’opera più bella: la Madonna con Bambino tra i santi Luca e Paolo. È un’opera imponente, realizzata dal pittore nel 1552 e ancora visibile nella chiesa per la quale venne realizzata, esempio di quanto l’arte nella città di Cosenza sia ancora alla portata di tutti.

Palazzo_Arnone_CosenzaAltre opere del Negroni sono presenti a San Marco Argentano, a Cassano, e soprattutto a Castrovillari. Si tratta di veri e propri capolavori dell’arte in Calabria nel ‘500, per la quasi totalità esposti al pubblico e fruibili dai turisti o presso musei locali o presso le chiese per le quali vennero creati. Tesori da scoprire insieme ai mille altri che la Calabria racchiude.

Lorenzo Coscarella

(PeopleLife, Luglio 2014, p. 20)

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Raffaele Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

Le sue opere sono conservate in moltissimi paesi della provincia, tra cui particolarmente significative quelle di Corigliano e di Laurignano.

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Raffaele Aloisio, pittore originario di Aiello Calabro, fu un pittore provinciale, è vero, ma le sue opere furono molto apprezzate dalla committenza locale. Basti pensare, come ricordano tutti gli storici locali che si sono occupati della sua figura, all’elogio fattogli da Vincenzo Padula, letterato e intellettuale di primo piano nella Calabria di metà Ottocento, che nel corso di una esposizione di quadri nel 1865 affermò che le sue opere stavano alle altre esposte come “due poemi epici ad una raccolta di sonetti”.

Restano tracce della sua attività in moltissimi paesi della provincia. Si tratta per la stragrande maggioranza di opere raffiguranti soggetti sacri, molte ancora esposte nelle chiese grandi e piccole della ottocentesca Calabria Citra. Non mancavano però le commesse “laiche”, come testimoniano alcuni rari ritratti o dipinti di varia natura presenti in collezioni private.

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Generalmente libri ed articoli che si sono occupati di lui danno come data di nascita un generico “giugno 1800”. Ricerche più precise ci hanno aiutato a fissare con più precisione la sua nascita al 29 maggio di quell’anno (i dettagli nell’articolo intero sul giornale). L’Aloisio abitò in Aiello e precisamente nel quartiere di S. Giuliano, dove prima di lui vi abitavano i suoi.

Difficile dire degli studi dell’Aloisio. È ipotizzabile una formazione napoletana, visto che i calabresi portati per le arti raggiungevano in genere l’allora capitale del Regno per approfondire gli studi.

aloisio-pittore-cosenza-2  A conservare i suoi dipinti è innanzitutto il suo paese natale, dove nelle varie chiese sono conservate tele e pitture murali risalenti a vari periodi. Seguono poi i paesi vicini, Lago, Cleto, e molti altri dalla costa all’entroterra, da piccoli paesi a grandi centri quali Castrovillari, Acri, Rossano, Cariati. Fuori regione è invece da segnalare la presenza di alcune sue opere a Rotonda, in prov. di Potenza. Ma particolarmente significativa è la sua presenza a Corigliano, dove restano molti dipinti e dove secondo alcune fonti il pittore morì intorno al 1888. Quest’ultima faccenda è ancora da verificare, ma i documenti presto potrebbero far luce anche su ciò. Quel che è certo è che su Raffaele Aloisio dopo la sua morte scese l’oblio.

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 Anche a Cosenza è possibile vedere alcune delle sue opere, ma uno dei posti che più conserva le tracce dell’artista è Laurignano. Qui sono conservate diverse tele da lui firmate negli anni ’60 dell’Ottocento e altre gli vengono attribuite, tra cui un enigmatico ciclo con le storie di fra Benedetto datato tra 1862 e 1865.

Laurignano custodisce quindi un prezioso corpus di opere dell’artista, ma molte altre attendono di essere scoperte in altri luoghi. Di alcune, come detto, pur restando nel campo delle ipotesi si è già parlato (Cfr. Pdv n.7/2013 p.19), e si spera che presto altre ne seguano per continuare a dare attenzione a questi aspetti “minori”, ma non per questo meno importanti, dell’arte e della cultura calabrese.

Lorenzo Coscarella

Per l’articolo intero: Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

oppure clicca sull’immagine: articolo-aloisio-coscarella-2013

(Parola di Vita, 11/04/2013, p.19)