Medioevo e arte nel Museo civico di Altomonte

Piccoli grandi tesori sono ospitati tra le mura dell’antico convento dei domenicani, nel cuore del caratteristico borgo calabrese.

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Una delle particolarità della nostra regione è che le cose più belle sono spesso nascoste in luoghi poco centrali, piccoli paesi, musei di provincia.

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La loro presenza è però una vera ricchezza per la Calabria, e andare alla loro scoperta non mancherà di riservare interessanti sorprese. È il caso di Altomonte, centro della provincia cosentina che conserva autentici tesori d’arte che ci raccontano di una fase di splendore della cittadina. Sono le testimonianze del periodo feudale, quando il paese fu contea dei Sangineto prima, e dei Sanseverino poi.

Filippo Sangineto negli anni ’40 del ‘300 fece edificare la chiesa gotica della Consolazione, alla quale donò importantissimi pezzi d’arte da lui commissionati fuori regione ad artisti di fama.

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Queste opere sono ancora conservate nel museo annesso alla chiesa, nei locali che un tempo ospitarono un celebre convento dei Domenicani. Qui nel 1589 soggiornò anche il filosofo Tommaso Campanella, che tra le arcate in pietra del chiostro e le sale che attualmente ospitano il museo pensò alcune delle sue celebri opere.

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Le piccole tavole di Martini e Daddi sono un esempio di arte toscana del trecento in Calabria, e insieme ad altri pezzi pregiati costituiscono un corpus di opere medievali di tutto rispetto. A queste si affiancano una Madonna quattrocentesca di scuola di Antonello da Messina e un’altra cinquecentesca opera giovanile del calabrese Pietro Negroni.

museo-altomonte-busti-domenicaniMoltissime sono poi le opere di committenza domenicana, come statue lignee, paramenti, argenti, e molti dipinti che prima ornavano gli edifici sacri del luogo. Il tutto è così un’attrattiva in più per Altomonte, che con i suoi caratteristici scorci rientra a pieno titolo tra i borghi più belli d’Italia.

Lorenzo Coscarella

(People Life, A.3 n.9, ottobre 2012)

Arte e storia tra le sale del Museo Diocesano

Il nuovo museo espone opere note e meno note che coprono circa 700 anni della storia sacra, e non solo, di Cosenza.   

sala-museo-diocesano-cosenza Il centro antico di Cosenza ha, dallo scorso 25 giugno, un luogo in più per raccontare al pubblico una parte significativa delle vicende storico-artistiche della città: il Museo Diocesano.

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Il nuovo museo custodisce opere che coprono un arco temporale che va dal ‘200 fino ai primissimi anni del ‘900. Opere note e meno note, molte esposte per la prima volta, che formano un patrimonio da scoprire reso finalmente fruibile da tutti.

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Un vero e proprio tesoro d’arte, il cui valore va oltre il sacro. Nel museo possono infatti ammirarsi opere rappresentative della storia della città di Cosenza come la Stauroteca, la croce-reliquiario bizantina in oro e smalti donata nel 1222 dall’Imperatore Federico II. Simbolo di un periodo importantissimo per la città, sul quale si soffermano tutti gli storici cosentini.

Tra le altre opere esposte molte sono legate alla Cattedrale, e ne raccontano i rifacimenti subiti nel corso dei secoli. Da qui provengono diverse tele del ‘700, ma anche alcuni pezzi che facevano parte dell’antico tesoro del duomo come sculture, argenti, ed altri oggetti usati durante le celebrazioni.

polittico-borgo-partenopeNon mancano i capolavori di maestri celebri, come l’Immacolata di Luca Giordano che è il pezzo forte della pinacoteca, e le opere provenienti da altre località, come il bel Polittico cinquecentesco di Borgo Partenope e la tela di S. Gennaro da Luzzi.

Queste e altre opere tra pitture, sculture, argenti e paramenti hanno così trovato collocazione nella sede del nuovo museo, posta nell’edificio del vecchio Collegio Arcivescovile in piazza Parrasio, nella parte alta di Corso Telesio.

Lorenzo Coscarella

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 People Life, A.4 n.7(42) luglio 2013, p.28:

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Raffaele Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

Le sue opere sono conservate in moltissimi paesi della provincia, tra cui particolarmente significative quelle di Corigliano e di Laurignano.

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Raffaele Aloisio, pittore originario di Aiello Calabro, fu un pittore provinciale, è vero, ma le sue opere furono molto apprezzate dalla committenza locale. Basti pensare, come ricordano tutti gli storici locali che si sono occupati della sua figura, all’elogio fattogli da Vincenzo Padula, letterato e intellettuale di primo piano nella Calabria di metà Ottocento, che nel corso di una esposizione di quadri nel 1865 affermò che le sue opere stavano alle altre esposte come “due poemi epici ad una raccolta di sonetti”.

Restano tracce della sua attività in moltissimi paesi della provincia. Si tratta per la stragrande maggioranza di opere raffiguranti soggetti sacri, molte ancora esposte nelle chiese grandi e piccole della ottocentesca Calabria Citra. Non mancavano però le commesse “laiche”, come testimoniano alcuni rari ritratti o dipinti di varia natura presenti in collezioni private.

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Generalmente libri ed articoli che si sono occupati di lui danno come data di nascita un generico “giugno 1800”. Ricerche più precise ci hanno aiutato a fissare con più precisione la sua nascita al 29 maggio di quell’anno (i dettagli nell’articolo intero sul giornale). L’Aloisio abitò in Aiello e precisamente nel quartiere di S. Giuliano, dove prima di lui vi abitavano i suoi.

Difficile dire degli studi dell’Aloisio. È ipotizzabile una formazione napoletana, visto che i calabresi portati per le arti raggiungevano in genere l’allora capitale del Regno per approfondire gli studi.

aloisio-pittore-cosenza-2  A conservare i suoi dipinti è innanzitutto il suo paese natale, dove nelle varie chiese sono conservate tele e pitture murali risalenti a vari periodi. Seguono poi i paesi vicini, Lago, Cleto, e molti altri dalla costa all’entroterra, da piccoli paesi a grandi centri quali Castrovillari, Acri, Rossano, Cariati. Fuori regione è invece da segnalare la presenza di alcune sue opere a Rotonda, in prov. di Potenza. Ma particolarmente significativa è la sua presenza a Corigliano, dove restano molti dipinti e dove secondo alcune fonti il pittore morì intorno al 1888. Quest’ultima faccenda è ancora da verificare, ma i documenti presto potrebbero far luce anche su ciò. Quel che è certo è che su Raffaele Aloisio dopo la sua morte scese l’oblio.

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 Anche a Cosenza è possibile vedere alcune delle sue opere, ma uno dei posti che più conserva le tracce dell’artista è Laurignano. Qui sono conservate diverse tele da lui firmate negli anni ’60 dell’Ottocento e altre gli vengono attribuite, tra cui un enigmatico ciclo con le storie di fra Benedetto datato tra 1862 e 1865.

Laurignano custodisce quindi un prezioso corpus di opere dell’artista, ma molte altre attendono di essere scoperte in altri luoghi. Di alcune, come detto, pur restando nel campo delle ipotesi si è già parlato (Cfr. Pdv n.7/2013 p.19), e si spera che presto altre ne seguano per continuare a dare attenzione a questi aspetti “minori”, ma non per questo meno importanti, dell’arte e della cultura calabrese.

Lorenzo Coscarella

Per l’articolo intero: Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia

oppure clicca sull’immagine: articolo-aloisio-coscarella-2013

(Parola di Vita, 11/04/2013, p.19)

Un museo nell’antico palazzo della Regia Udienza

Conosciuto oggi come Palazzo Arnone, l’edificio che ospitò tribunali e carceri cittadine è ora sede della Galleria Nazionale di Cosenza

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Non si può non notarlo, con la sua mole rossa che spicca tra le case del quartiere del Triglio, il colle cosentino sulla riva destra del fiume Crati. Si tratta di Palazzo Arnone, possente edificio che insieme al castello svevo, che domina il colle opposto, ha rappresentato per secoli il simbolo del potere statale a Cosenza.

Quello che è attualmente noto come Palazzo Arnone, e che ospita una delle più importanti gallerie d’arte del Mezzogiorno, ebbe in passato ben altre funzioni. Molti ricorderanno che l’edificio fino agli anni ’70 del Novecento ospitò sia il tribunale cittadino che le carceri, luogo di giustizia e di pena dunque, trasformato oggi in luogo di arte e cultura.

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La sua costruzione venne iniziata nella prima metà del ‘500 dai fratelli Bartolo e Ascanio Arnone, ma ancor prima di terminarlo fu acquistato dal governo nel 1558 per ospitavi tribunale e carcere. Per questo non fu mai noto in passato come Palazzo Arnone, ma come Palazzo della Corte, del Re, dei Presidi o della Regia Udienza. Per i cosentini era semplicemente “il palazzo”, e non fu mai troppo amato vista la sua funzione, tanto che il largo antistante noto come “suprapalazzu” è stato spesso teatro di sommosse popolari.

Ora la situazione è cambiata. Il palazzo è stato restaurato. Pregevole è il portale in tufo del 1546, varcato il quale si accede nel grande androne con lo stemma del Regno di Napoli di metà ‘600. All’interno, al posto di giudici e detenuti, i capolavori di pittori tra cui Pietro Negroni, Mattia Preti e Luca Giordano presentano ai visitatori il meglio dell’arte calabrese e meridionale.

Lorenzo Coscarella

(People Life, A.4 n.1(36) gennaio 2013)

Il pittore nascosto tra gli invitati

Tra i personaggi rappresentati nel “matrimonio della Vergine” in una cappella della Cattedrale si nasconde l’autoritratto del pittore ottocentesco Giovanni Battista Santoro.

ImmagineL’evento è solenne, e tutti sono attenti ad osservare ciò che si sta svolgendo sotto i loro occhi. Tutti meno uno. Stiamo parlando della scena del quadro raffigurante il matrimonio della Vergine conservato nella Cattedrale di Cosenza presso la cappella del Pilerio, nota per ospitare la celebre tavola duecentesca della Patrona della città ma che al suo interno custodisce anche questa ed altre opere degne di attenzione.

Osservando il dipinto, infatti, si nota sulla destra un personaggio che, al contrario degli altri, volge lo sguardo verso chi osserva e non verso la scena principale. Secondo la tradizione è lo stesso autore del dipinto, che sembra abbia voluto mettere così al posto della solita firma la sua intera figura, quasi a voler lasciare una impronta più forte di sé.

Si tratta Giovanni Battista Santoro, pittore nato a Fuscaldo nel 1809 e che nel corso della sua vita ha lasciato sue opere sparse per la provincia, per morire poi a Napoli nel 1895. 

dipinto-santoro-cosenzaL’opera venne commissionata al Santoro, che ancor giovane godeva di una certa fama, dai sacerdoti della Cattedrale. Lo si ricava dalla scritta ancora visibile sullo scalino sotto i piedi di S. Giuseppe e riportata anche dallo storico M. Borretti: “Pro devotione presbyterorum, partecipantium Metropolitanae Consentinae 1838”.

Il pittore si raffigura come un giovane, con la barba dalla forma tipica dei ritratti ottocenteschi, mentre con le braccia conserte se ne sta in disparte in un angolo della scena, proprio accanto il bastone fiorito di S. Giuseppe.

La tela è conservata nel riquadro della parete sinistra della cappella, e fa da controparte a un dipinto raffigurante lo stesso soggetto posto sulla parete opposta. Qual è la ragione di due tele simili nello stesso luogo? Il motivo è semplice ed è da ricondurre a cause “tecniche”. Quel posto era occupato dall’importante tela dell’Immacolata di Luca Giordano, già proveniente dalla chiesa dei Cappuccini nei pressi del Castello e portata in Cattedrale dopo la soppressione del convento. Qui rimase almeno fino agli anni trenta del ‘900, quando per motivi di sicurezza venne trasferita in Curia ed al suo posto se ne pose uno che ben si adattava allo spazio disponibile: lo sposalizio della Vergine di Santoro.

Il dipinto era già conservato in sagrestia, dove era stato segnalato dagli storici Borretti e Minicucci insieme a molte altre tele di varia epoca e provenienza, e con lo spostamento nella cappella del Pilerio raggiunse una più degna collocazione.

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È interessante notare come lo stesso Santoro si fosse occupato del quadro dell’Immacolata del Giordano, sostituito poi dalla sua opera, del quale aveva scritto una appassionata descrizione pubblicata nel periodico locale “Il Calabrese” nel 1844.

Di Giovanni Battista Santoro, alla cui famiglia appartennero numerosi artisti di livello tra cui vari figli e nipoti, oltre al citato matrimonio della Vergine si possono ammirare in città anche altri dipinti. Interessante il ritratto di Francesco Saverio Salfi attualmente conservato presso la Biblioteca civica, esempio di opera di committenza privata cosentina. Tre le opere di provenienza ecclesiastica sono da citare la tela del 1846 con il Battesimo del Cristo nella chiesa di S. Giovanni a Portapiana, o il S. Giuda Taddeo del 1882 nella chiesa dello Spirito Santo.

Ma l’opera conservata in Cattedrale ha qualcosa in più. Il ritratto che il pittore ha voluto lasciare di sé è infatti una testimonianza importante che sembra accorciare le distanze tra chi ammira l’opera e chi l’ha dipinta, consegnandocene una “foto” che ce lo rende più familiare.

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.5 n. 25(162) del 20 settembre 2012, p.18)

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