La Cattedrale barocca ricompare in foto inedite

Alcune foto rinvenute presso l’Archivio storico diocesano mostrano particolari delle decorazioni settecentesche della navata.

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Attualmente siamo abituati a vedere la Cattedrale cosentina come un esempio di architettura medioevale, con il suo stile austero, sobrio, e spoglio in alcuni tratti. Le colonne in tufo, le pareti delle navate laterali lisce e il tetto in capriate lignee a vista. In realtà quello che si vede oggi, com’è noto, è il risultato del restauro eseguito tra il 1896 e i primi anni ’40 del ‘900. Nel corso di questi lavori venne smantellata tutta la sovrastruttura barocca data alla chiesa nel ‘700, che aveva appesantito la struttura ma l’aveva, secondo i canoni del tempo, resa “alla moda”.

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Gli stucchi e le sovrapposizioni barocche vennero tutti demoliti. A testimoniare questo aspetto barocco della cattedrale restano rarissime foto, alcune delle quali sono state di recente rinvenute presso l’Archivio Storico Diocesano.

La particolarità delle foto, alcune inedite altre comunque poco conosciute, è proprio quella di mostrare alcuni particolari delle decorazioni poco prima dei lavori di demolizione. Particolari che le altre foto in giro non mostravano.

Clicca sulla foto per leggere l’intero articolo:

Lorenzo Coscarella

(PdV, 23/01/2014, p. 18)

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Cetraro: la borgata marinara edificata dai veneziani

Il seguito al terremoto del 1905 il Comitato Veneto-Trentino Pro Calabria costruì un nuovo quartiere nella marina di Cetraro: Borgo San Marco.

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C’è una pagina della storia della Calabria che è poco conosciuta, una pagina che racconta di un evento tragico ma che allo stesso tempo richiama numerose iniziative di solidarietà che sorsero in tutta Italia per soccorrere i calabresi. Stiamo parlando del terremoto dell’8 settembre del 1905, sisma classificato tra i più catastrofici mai avvenuti in Italia, seppure meno conosciuto di quello che distrusse Reggio e Messina nel 1908.

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Fu uno dei primi terremoti ad avere una vasta eco nazionale, visto che i principali quotidiani italiani gli diedero molto spazio informando l’opinione pubblica. Anche questo fattore contribuì a far sorgere in molte città e zone della penisola numerosi comitati di solidarietà, il cui scopo era quello di soccorrere i terremotati e aiutare nella ricostruzione.

Furono molti i paesi interessati dall’opera di questi “Comitati Pro-Calabria”, e ne portano ancora oggi le tracce nella struttura urbanistica. Un esempio su tutti: Cetraro. Nella cittadina della costa tirrenica cosentina è ancora visibile, nella zona marina, il quartiere che sorse grazie al “Comitato Veneto-Trentino Pro Calabria” e che per la provenienza dei benefattori prese il nome di “Borgo San Marco”.

comitato-veneto-trentino-cetraro-veneziaAlcuni documenti dell’epoca ritrovati riguardano proprio alcune delle fasi della realizzazione della “borgata marinara”, e precisamente l’acquisto di una porzione di arenile che dal Demanio sarebbe dovuto passare al Comitato per procedere ai lavori. Tra i documenti, in genere semplici comunicazioni sulle procedure burocratiche dell’acquisto, emerge però qualche notizia interessante ai fini della storia della borgata marinara.

Una piantina in carta lucida stropicciata mostra una copia del progetto poi realizzato solo in parte. È interessante notare che l’idea originaria prevedeva la realizzazione di quattro file di edifici posti ad emiciclo attorno alla piazza centrale, mentre il quartiere attuale vede la piazza centrale di forma rettangolare e gli edifici posti in file dritte e parallele alla strada e alla ferrovia.

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Il terreno su cui sarebbe dovuto sorgere il quartiere era “in parte arenile già ceduto ai privati”, “in parte ancora di proprietà demaniale”. Mentre il Comune di Cetraro aveva “già deliberato di cedere al Comitato gratuitamente la parte alienata dallo Stato ai privati”, per la parte demaniale si dovette fare domanda al Ministero della Marina perché la cedesse.

Superati i vari passaggi burocratici il quartiere nacque sull’arenile, anche se non proprio seguendo lo schema originario, e col tempo vi sorse anche una chiesa dedicata a San Marco. Quel quartiere edificato dal Comitato più di un secolo fa si è poi nel corso degli anni sviluppato a nord e a sud del nucleo originario, e da semplice borgo è divenuto attualmente il centro della marina di Cetraro.

Lorenzo Coscarella

(articolo intero su PdV, 13/06/2013, p.16)

L’atto di nascita della DC cosentina

Tra i partecipanti alla prima riunione molti provenivano dal vecchio Partito Popolare e dall’A.C. Fondamentali le figure di Luigi Nicoletti e Gennaro Cassiani.

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L’Italia era ancora in piena guerra, nel 1943, ma con grandi differenze tra il nord, il centro, ed il sud della penisola. In quest’ultima area lo sbarco degli Alleati a settembre aveva portato ad un periodo di relativa calma, tanto che si mossero i primi passi verso la rinascita della vita politica democratica.

I partiti che erano rimasti nella clandestinità ripresero la loro attività alla luce del sole, e nuovi partiti si formarono, sotto la vigilanza del Comando Angloamericano che controllava il Meridione.

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Ogni partito iniziò quindi a strutturarsi, a darsi una organizzazione, e a fare propaganda, così come a livello nazionale anche a livello cosentino. Tra questi la Democrazia Cristiana. La nascita della DC cosentina è legata a doppio filo con due personalità di spicco del mondo cattolico del tempo: don Luigi Nicoletti (1883-1958) e Gennaro Cassiani (1903-1978).

Il primo, sacerdote di origine sangiovannese e professore, era stato tra i fondatori del partito popolare in città già nel 1919. Durante il fascismo aveva dato prova di avversare il regime in più occasioni, soprattutto da quando nel 1935 aveva assunto la direzione del periodico diocesano “Parola di Vita”. Gennaro Cassiani invece, avvocato e giornalista, era tra i giovani cattolici che si stavano avvicinando alla politica passando dalle fila dell’Azione Cattolica.

Il ruolo di entrambi fu quindi decisivo per la nascita della Democrazia Cristiana in città, e lo testimonia un documento che potremmo definire “l’atto costitutivo” del partito democristiano a Cosenza, in cui chi scrive si è imbattuto nel corso delle ricerche per la tesi di laurea.

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Si tratta del primo verbale delle riunioni del Comitato Esecutivo Provinciale del partito, datato 3 novembre 1943, conservato insieme agli altri documenti del partito presso l’archivio del Dipartimento di Linguistica dell’Unical.

A poco più di tre mesi dalla caduta del regime fascista la DC dunque si organizzava anche a Cosenza. Il primo incontro ufficiale si tiene nella sede di via Rivocati, al secondo piano del n. 76. È interessante scorrere l’elenco dei presenti alla riunione, e subito risaltano i nomi di ben sette sacerdoti e sei avvocati. È evidente come la componente maggiore fosse quella cittadina di estrazione borghese, come dimostra l’alto numero di professionisti, e tra questi figurano numerosi esponenti di famiglie in vista della città e della provincia. I cognomi di molti di questi ricorreranno ciclicamente nella politica cittadina fino ai giorni nostri, e proprio questo intreccio tra famiglie e potere è una delle caratteristiche peculiari della vita politica cosentina, trasversale ai vari partiti.

Nel 1943, nei primissimi mesi della democrazia italiana, i partiti cercarono di superare momentaneamente le differenze ideologiche e far prevalere la volontà di superare il momento difficile che si stava vivendo. Col passare del tempo però le posizioni si fecero sempre più divergenti, soprattutto con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali prima del 1946 e poi, soprattutto, del 1948. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Coscarella

articolo-dc-cosenza-coscarella  (Parola di Vita, 28/03/2013, p.18)

Gli ultimi anni dell’Inquisizione nella città bruzia

Un esemplare della lettera circolare del 1761 del marchese Fraggianni, che stabiliva garanzie per i cittadini, arrivò anche a Cosenza

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Parlare di “Inquisizione” fa tornare alla mente vicende su cui si sono soffermati innumerevoli libri e celebri film. Tema difficile da affrontare, fu comunque una delle più tristi pagine della storia europea. Il tribunale del Sant’Uffizio, come tramandano gli storici, fu impiantato anche a Cosenza nel primo decennio del ‘500 ad opera dei domenicani, quando era arcivescovo della città il Cardinale Borgia. Avversato dalla popolazione della città, in quel secolo fu causa di diverse sommosse. Il picco del potere in città il Tribunale lo raggiunse sotto l’Arcivescovo Giovan Battista Costanzo, a cavallo tra XVI e XVII secolo, epoca in cui le cronache riportano diversi casi di persone che finirono sotto il suo giudizio.

grate-cosenzaDopo questa fase, nonostante la presenza di altri casi, l’influenza del Sant’Uffizio fu sempre minore, non solo in città, ma in tutto il Regno di Napoli. Questo anche per una sostanziale ostilità delle autorità civili del Regno, nonostante i concordati fatti con Roma.
Con l’arrivo del secolo dei lumi assistiamo ad un processo che porterà, nel 1782, all’abolizione del Tribunale dell’Inquisizione nel Regno di Napoli. Diversi dispacci infatti, nel corso del ‘700, avevano gradualmente ristretto, fin poi a levare del tutto, la possibilità di ricorrere a mezzi da tribunale civile per perseguire cause legate alla fede.

ImmagineUno di questi dispacci è datato 1761, ed è unito ad una “Lettera circolare del marchese Niccola Fraggianni”, influente uomo di stato dell’epoca, che ebbe un ruolo centrale nel ridimensionare l’attività dell’Inquisizione nel Sud d’Italia. Circolare e dispaccio furono indirizzati a tutti i Vescovi del Regno, e spediti ai governanti delle principali città. Così un esemplare dello scritto arrivò anche a Cosenza, ed è giunto fino a noi, perché allegato ad uno degli atti di quel periodo conservati presso l’archivio di Stato. Il sindaco dei nobili Niccolò Spiriti, ed il procuratore dei poveri Francesco Gervino, ne fecero fare dal notaio un pubblico atto, datato 8 ottobre 1761 […].

La portata del documento è considerevole perché vi si ribadiscono importanti principi e garanzie per i cittadini. Si conferma quanto già stabilito in un dispaccio reale del 1746 riguardo alla necessità di seguire, anche per le questioni riguardanti la fede, le procedure dei normali processi. Dunque garantire la difesa del cittadino, evitarne la carcerazione senza grave motivo, permettere di comunicare con l’esterno e di venire a conoscenza delle accuse mossegli. Il tutto non prima di aver richiesto un permesso reale per procedere nella causa. Di fatto si limitava la possibilità di processare qualcuno per questioni di fede a rarissimi casi, vista la poca propensione delle autorità civili a vedere il proprio potere conteso da un tribunale ecclesiastico. In ogni caso, l’applicazione delle disposizioni avrebbe comunque evitato che venissero eluse le garanzie per l’accusato. Siamo in pieno Illuminismo.

Articolo lettera inquisizione

Lorenzo Coscarella

(Parola di Vita, A.4 n. 22(123) del 23/06/2011, p.19)

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