Quando il Tirreno era minacciato dai turchi

Per secoli, e in particolare nel corso del ‘500, molti paesi costieri furono oggetto di scorrerie. Per prevenire il fenomeno fu realizzato un complesso sistema difensivo.

Praia a Mare

Le coste del Tirreno Cosentino, oggi luoghi di vacanza e di relax, furono nei secoli passati delle vere e proprie frontiere da presidiare. Le invasioni dei turchi resero per secoli insicuri i paesi della costa, facile preda di corsari che approdavano sulle rive e saccheggiavano i centri abitati, fino a spingersi anche nell’entroterra.

Sono note le invasioni saracene di Cosenza nel X secolo e ancor più le vicende di Amantea, che tra il IX­­ e l’XI secolo fu più volte sotto il dominio musulmano tanto da diventare sede di un emirato. Le cronache del passato sono piene di episodi di saccheggi e scorrerie, molti relativi al ‘500.

San Lucido fu uno dei paesi più colpiti da queste scorrerie, insieme a Paola, Cetraro e a molti altri centri. Nel 1534, ad esempio, le coste calabresi vennero attaccate dal corsaro Barbarossa, che dopo aver devastato Messina e Scilla si diresse più a Nord e attaccò San Lucido, saccheggiandolo e uccidendo un gran numero di persone. Gli abitanti, infatti, non poterono scappare subito e il corsaro ebbe il tempo di ucciderli e catturarli. Questi eventi portarono ad una drastica riduzione della popolazione del paese.

San_Lucido

Dopo San Lucido i turchi di Barbarossa si diressero alla volta di Cetraro. Qui trovarono la cittadina abbandonata e vuota perché gli abitanti erano intanto fuggiti. Il corsaro dunque “vi fece appiccare il fuoco” e vennero incendiate diverse navi in costruzione, perché a Cetraro aveva sede l’Arsenale dove si realizzavano le navi da guerra.

Nel 1555 anche Paola soffrì l’assedio e il saccheggio di “Dragutto gran Corsaro di Turchi”. Subirono ingenti danni il castello e il celebre monastero dei Minimi fondato da S. Francesco di Paola. Nell’atrio della Basilica di S. Francesco è ancora presente una iscrizione che ricorda il restauro dell’edificio e del convento dopo i danni delle invasioni.

Dragut

Per porre rimedio a questa situazione nel corso del ‘500 si dispose la costruzione di un vasto sistema difensivo. Lungo la costa vennero innalzate delle torri di vedetta, in collegamento visivo l’una con l’altra, per scrutare l’orizzonte e dare l’allarme in caso di avvistamento di navi nemiche. Ciò comportò non poche spese per lo Stato e tasse per gli abitanti della provincia.

Le torri venivano affidate a dei guardiani che dovevano dare presto l’allarme, ma non mancarono episodi a dir poco sospetti.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 13/07/2017, p. 20. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

Corsari turchi

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Il Governatore scrive al Rey

Ugo de Moncada, Governatore delle province della Calabria, agli inizi del ‘500 inviò da Cosenza una lettera al Re di Spagna Ferdinando il Cattolico 

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Brandelli di storia della città di Cosenza, dispersi nel corso dei secoli e a volte salvatisi fortuitamente, possono trovarsi nei luoghi più impensati. Presentiamo qui il caso di una lettera inviata da Cosenza nei primi anni del ‘500 da Ugo de Moncada, allora Governatore della Calabria, e indirizzata al Re di Spagna (e di Napoli) Ferdinando il Cattolico.

La lettera si trova attualmente presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi, e fa parte della collezione dei manoscritti spagnoli. Ugo de Moncada era infatti nato a Valenza, e da qui venuto in Italia a combattere in un primo momento per il celebre Cesare Borgia, e poi passato dalla parte del generale spagnolo Consalvo de Cordoba. De Moncada fu un personaggio in vista, cavaliere gerosolimitano e più volte nominato capitano avendo partecipato a numerose battaglie.

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Ma che ci fa un tale personaggio a Cosenza nei primi anni del XVI secolo? Nel 1504 Ugo de Moncada venne inviato in Calabria per sedare una delle varie rivolte, e per il risultato ottenuto fu nominato Luogotenente e Governatore delle province della Calabria il 28 novembre 1506. In virtù della carica ricoperta aveva in Cosenza il centro dei suoi affari, visto che la città era allora la città principale della regione.

La lettera venne spedita da Cosenza il 22 gennaio ma non si precisa di quale anno. Vista la permanenza di de Moncada in Calabria tra il 1504 ed il 1509 si potrebbe però riferirla a questi anni. È scritta in spagnolo ed è indirizzata “Al muy alto y muy poderoso Catolico Rey y Señor el Rey n.ro Señor”. Si tratta di Ferdinando d’Aragona, marito della celebre Isabella di Castiglia e sovrano spagnolo che, tra i vari titoli, detenne anche quello di Re di Napoli fino alla morte avvenuta nel 1516.

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La lettera sembra una comunicazione di informazioni al sovrano circa la conduzione di alcune cariche in Calabria. In particolare si citano la Capitanìa di Crotone e l’Ufficio di Cosenza, città sede del governatore della regione. Le cariche sembrano collegate a tale Juan Dias, sul quale il de Moncada scrive di non poter “dezir sino bien”. La missiva prosegue con una supplica al sovrano, con l’auspicio di una lunga vita al regnante, e con l’indicazione della città, cosençia, e della data, 22 di gennaio. Chiude infine con delle formule di saluto abbreviate e, in basso a destra, la firma “don Ugo de Mon/cada”.

Nel dicembre 1509 de Moncada lasciò la Calabria per la Sicilia, essendo stato nominato Vicerè di quel regno. Nel 1527, infine, dopo varie vicende, venne inoltre ottenne la prestigiosa carica di Vicerè di Napoli, che mantenne fino alla morte avvenuta in combattimento l’anno successivo.
Il documento entrò a far parte di una collezione di lettere autografe del principe Ruffo Scilla, raccolta che nel 1854 venne acquistata dalla biblioteca parigina che la custodisce tuttora.

Lorenzo Coscarella

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PdV, 25/12/2016, p. 19

Gli ultimi anni della seta cosentina

L’Istituto Bacologico per la Calabria, con sede a Cosenza, negli anni ’20 rappresenta una delle ultime esperienze in provincia nella secolare produzione dei bozzoli.

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Agli inizi del ‘900 l’industria della seta in provincia di Cosenza stava vivendo il suo ultimo periodo di splendore. Le nuove tecnologie introdotte con la rivoluzione industriale erano pian piano giunte anche in Calabria e avevano contribuito all’impianto di moderne filande in molti luoghi della provincia e nella stessa città capoluogo. Cosenza, del resto, era da secoli uno dei mercati principali della seta, e nel cuore del centro storico c’è ancora un luogo che ne porta traccia nel nome: la piazzetta dei follari.

Posta tra via del Liceo e via Padolisi, proprio sotto l’antico monastero delle Vergini, era il luogo in cui gli allevatori di bozzoli portavano il frutto del proprio lavoro per essere venduto ai produttori più grossi che si occupavano poi delle successive fasi della lavorazione. Il luogo era noto anche come “chjazza d’i cucùlli” proprio dal termine che in dialetto indica i bozzoli.

Nonostante le innovazioni, però, nei primi decenni del ‘900 erano già evidenti i segnali del vicino declino di questa secolare attività. La produzione della seta, infatti, era sempre meno conveniente e il prodotto che giungeva da altri paesi era economicamente più competitivo. Di conseguenza l’allevamento dei bozzoli per la produzione locale di seta grezza diventava sempre meno redditizio.

In provincia una delle ultime e interessanti esperienze in questo settore è rappresentata dall’attività dell’Istituto Bacologico per la Calabria. Pur avendo sede in Cosenza si occupava dell’intero territorio regionale, ed era stato fondato e per lungo tempo diretto dal prof. Luigi Alfonso Casella, che nel campo aveva maturato una notevole esperienza.

È possibile ricavare delle interessanti informazioni sull’attività di questo istituto da una pubblicazione edita a Cosenza nel 1929.

L’Istituto calabrese faceva capo all’Ente Nazionale Serico, e pur tra varie difficoltà nell’approvvigionamento di finanziamenti si occupava di diffondere la sericoltura nella regione, divulgando nuovi metodi, facendo propaganda e distribuendo in alcuni casi semi e strumenti ai bachicoltori.

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Tra i compiti dell’Istituto rientrava anche fornire il seme dei bachi e incentivare la distribuzione e la coltivazione degli alberi di gelso. Oltre a ciò diffondeva l’utilizzo di alcuni strumenti utili all’allevamento del baco, per innovare così una attività che seguiva ritmi secolari. Tra questi le incubatrici in cui allevare il baco da seta.

Cosenza nel 1928 era ancora sede del mercato dei bozzoli più influente in Calabria, tanto che leggiamo che in quell’anno i primi bozzoli vennero in alcuni casi venduti “a prezzo di riferimento a determinati listini del mercato di Cosenza. Ma il mercato stava già perdendo lentamente la sua importanza.

Lorenzo Coscarella

in PdV, 10/11/2016, p. 19. Clicca sull’immagine per leggere l’articolo intero:

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Una terra segnata dai terremoti

I recenti fatti di cronaca devono ricordarci che anche la Calabria è una terra in pericolo. Riproponiamo un articolo che ripercorre brevemente i tragici eventi che hanno colpito la provincia di Cosenza, perché non si dimentichi e perchè dalla storia si possa imparare

Terremoto 1905 Piscopio

Una spada di Damocle. Questo sembrano essere i terremoti per la Calabria, e la storia ne testimonia la costante presenza nella vita delle nostre comunità.

Il più remoto sisma di cui ci siano arrivate notizie per la provincia di Cosenza è quello del 1184. La città in particolare, che da quanto tramandano gli storici era in quel periodo arroccata sul colle Pancrazio, fu colpita duramente in tutti gli edifici. Si tramanda che in questa occasione l’antica cattedrale crollò, seppellendo tra le macerie il vescovo Ruffo che stava celebrando.

Parghelia

Un altro terribile terremoto ricordato dalle cronache è stato quello del 1638, descritto come “un cataclisma tanto violento che nessuna battaglia sostenuta sul suolo cosentino, a memoria d’uomo, potè eguagliarlo”.

La terra tremò il 27 marzo del 1638, sera del sabato delle Palme, alle ore 21.30 circa, e nuovamente l’8 giugno seguente. In Cosenza si contarono numerosi morti e danni in moltissime case, monasteri, al castello al campanile del duomo. Tra i paesi colpiti spicca Rogliano, dove la chiesa di San Pietro rovinò mentre era colma di gente che partecipava alla funzione del sabato delle Palme.Terremoto 1905 Parghelia

Facendo un salto di circa un secolo e mezzo si arriva al grande terremoto del 1783, quando una serie di scosse causò danni su tutto il territorio calabrese seminando morte e distruzione. Il terremoto si abbatté soprattutto sulla Calabria Ultra, basti pensare al grande monastero di S. Domenico in Soriano o alla celebre Certosa di Serra San Bruno dei quali restano ancora le imponenti rovine. Purtroppo però non mancarono le distruzioni anche nella Calabria Citra, corrispondente all’attuale provincia di Cosenza.

L’Ottocento ha registrato una serie di terremoti lungo tutto l’arco del secolo. Tra gli eventi degni di nota ci sono quelli del 1832, del 1835 (del quale ci resta il racconto di Alexandre Dumas padre) e del 1836. Ma il terremoto che più di tutti è rimasto nell’immaginario collettivo come devastante è quello del 12 febbraio 1854. Cosenza e tutti i suoi Casali restarono danneggiati e contarono molte vittime. In città subirono danni tutti i principali edifici, sia civili che religiosi.Terremoto Calabria 1905 Re

Tralasciando altri eventi minori si arriva al 1905. Verso le 2.45 dell’8 settembre di quell’anno la Calabria fu scossa da un nuovo movimento tellurico che seminò distruzione tra le province di Vibo e Cosenza. Per la prima volta si registrò una mobilitazione nazionale in soccorso delle popolazioni colpite e lo stesso re Vittorio Emanuele III visitò la regione dopo l’evento. In molte città si organizzarono comitati di soccorso che contribuirono alla ricostruzione dei paesi distrutti come Cetraro, Castrolibero, Borgo Partenope, Martirano.

Il noto terremoto del 28 dicembre 1908, che distrusse completamente Messina e Reggio, devastò la Calabria meridionale ma causò danni di molto inferiori nella provincia di Cosenza. Ci volle il 20 febbraio 1980 perché un altro sisma colpisse la zona in modo forte. La paura fu tanta e si registrarono danni agli edifici, soprattutto ai luoghi di culto e al patrimonio artistico.

Lorenzo Coscarella

Articolo intero: Terremoti_CalabriaPdV, 01/11/2012, p. 18.

Le immagini usate per il blog riguardano il terremoto del 1905 nella provincia di Vibo.

1598: Cosenza commemora Filippo II

Alcune testimonianze dell’epoca attestano l’omaggio reso dalla città al sovrano nelle settimane successive alla sua morte. O almeno da una parte di essa.

Filippo_Secondo

Cosenza, a fine Cinquecento, era una delle tante città periferiche del più grande impero di quei tempi: l’Impero spagnolo. Filippo II ne fu sovrano indiscusso, degno figlio di quel Carlo V tanto citato per la storica visita che fece in città nel 1535, di ritorno da una spedizione a Tunisi. Filippo II subentrò al padre sul trono del Regno di Napoli nel 1554, ed esercitò il suo potere tramite dei Viceré fino alla sua morte, avvenuta il 13 settembre 1598.

Filippo_II

Filippo II in età avanzata

La notizia della morte del sovrano probabilmente ci mise un po’ per giungere dalla Spagna a Cosenza. Alcune righe appuntate dal notaio cosentino Orazio Megliorella in apertura ai suoi atti di quell’anno, ci danno qualche notizia su come la città si dispose a celebrarne la memoria. Il 24 di ottobre si ordinò che tutti coloro che erano stipendiati dallo Stato si vestissero a lutto, e tenessero conseguenti comportamenti in pubblico:

per la morte de Re Philippo nostro signore tutti (gli) stipendiarij Regij se vestino de lutto, et faccino quella dimostrazione che si conviene […] et non entrare in palazzo né in casa de qualsivoglia officiale senza detti vestiti”.

L’ordine fu reso pubblico per la città dal banditore Jacovo Riccio, con la precisazione della pena della “regia disgrazia” e di un più temuto mese di carcere per i trasgressori.

Ci volle poi il 2 dicembre perché la città celebrasse in onore del defunto sovrano le esequie solenni. Luogo deputato a ciò non poteva che essere la Cattedrale, ornata per l’occasione con apparati decorativi che richiamavano insieme la tristezza dell’evento e la solennità che spettava ad un monarca. Un grande catafalco con drappi neri, ma abbellito da statue e da innumerevoli ceri, dominava la chiesa. Celebrò la funzione lo stesso arcivescovo Costanzo alla presenza delle autorità della città e della provincia, e ad un oratore gesuita fu affidato il compito di tenere il discorso funebre celebrativo.

Duomo_CosenzaL’evento venne annotato anche da Pietro Antonio Frugali nella sua Cronaca, a testimonianza dell’eco che ebbe la cerimonia. Eco durato fino al XIX tanto che anche Davide Andreotti accenna all’evento nella sua storia dei Cosentini. Per ritornare alla testimonianza coeva sopraccitata, ecco cosa annotava il Megliorella testimone di quei momenti:

“Die Mercurij secundo mensis decembris 1598 l’exequie della morte de Re Philippo 2° nostro signore sono state celebrate nella Cathedrale chiesa di questa città, dove convennero tutta la Regia Audienza vestita de bruno, la città, et li mastri Giurati di soi Casali, tutto il clero, et la messa fù celebrata per monsignor Arcivescovo Jovanni Battista Costanso, et nella metà della chiesa fù fatto uno bellissimo spacioso et alto catafalco con octo porte, coperto de bruno, et tutta la chiesa con octo statue intorno, ornato et acceso tutto de torcie. Fù facta una oracione delle glorie et prodezze et eroice virtù de sua Maestà per uno padre Gesuino et al fine delle exequie usciti dalla chiesa da tutti li regij ufficiali fù gridato ad altavoce, viva viva Re Philippo 3° nostro signore et così tutta la città et il populo gridarono per alegrezza – et volere scrivere l’inprese che furono in gran numero et l’altre cose sarebba troppo lungo, ma mi remetto a’ chi l’ha’ scripte(?)”

Il lutto quindi cedette il posto alla festa per l’ascesa al trono del nuovo monarca, un altro Filippo: il Re è morto, viva il Re.

Filippo II ritratto TizianoIl cinquecento fu per Cosenza un periodo di splendore culturale, ma i segni della prossima decadenza erano già visibili. Il regno di Filippo II, come anche parte della storiografia locale sottolinea, dal punto di vista politico non fu per la città un periodo propriamente felice. Basti pensare alla pesante tassazione, imposta da uno Stato in fin dei conti lontano, che per incrementare le entrate avrebbe tentato addirittura di vendere i Casali, i paesi dei dintorni da sempre legati alla città. I Casali però unirono le forze per pagare un riscatto e lottarono per mantenere il loro status di paesi liberi dal giogo feudale.

Cosa provarono davvero i cosentini in quell’occasione? L’operato di chi detiene il potere, in ogni caso, è sempre segnato da luci e da ombre. Ma per eventi così lontani nel tempo, avendo la storia già fatto il suo corso, ci basti per ora ricordarli come antiche curiosità.

Lorenzo Coscarella

(PdV, 21/04/2011, p.19)

Se il centro storico di Cosenza continua a crollare

Il crollo di un edificio nei vicoli a valle di Corso Telesio fa riaccendere i riflettori sulla situazione di fatiscenza in cui versa il centro storico di Cosenza.

Crollo centro storico Cosenza

Uno dei centri storici più estesi, ma allo stesso tempo più fragili, di tutto il Meridione. Basta farvi un giro all’interno per restare subito colpiti dalla sua bellezza e dal suo abbandono. Il crollo che lo scorso 29 maggio ha interessato uno dei numerosi palazzotti dell’antico tessuto urbano ha riacceso l’attenzione su alcuni dei problemi più pressanti.

Tra cronaca e riflessione ne ho scritto qualcosa il 30 maggio su paroladivita.org, che potrete leggere da questo link:

Crollo di un edificio nel centro storico bruzio

Intanto ecco a voi alcune foto che documentano la situazione, scattate alcune nella mattina e altre nel pomeriggio successivi alla notte in cui è avvenuto il crollo.

Lorenzo Coscarella

“Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza”

Questo è il titolo di un articolo dello studioso cosentino Stanislao De Chiara, apparso il 1° giugno 1922 su La Lettura, rivista mensile illustrata del Corriere della Sera. Uno sguardo da Milano su Cosenza e sui cosentini protagonisti del Risorgimento. 

La Lettura Corriere della Sera

Da un po’ di anni a questa parte, sembra che le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale siano da relegare in uno dei tanti capitoli di un vecchio libro di storia. Tra Otto e Novecento, invece, l’attenzione verso le vicende del Risorgimento era enorme. Del periodo storico da poco vissuto si era creata una immagine, è vero, un po’ edulcorata, con l’esaltazione di eventi, battaglie e personaggi che a vario titolo avessero preso parte agli avvenimenti. Ma ciò è presto giustificabile con la necessità di cementare una identità nazionale ancora non del tutto matura, che aveva bisogno di una propria “epica nazionale” di riferimento.

Vallone di RovitoA questa tendenza non si sottrassero gli studiosi locali, che partendo dalle vicende dei fratelli Bandiera avevano ben ragione a cercare di ritagliare per Cosenza lo spazio che meritava all’interno delle vicende risorgimentali. La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera, nel numero del 1° giugno 1922 dà spazio ad un articolo del cosentino Stanislao De Chiara (1856-1924), in cui lo studioso presenta brevemente ad un pubblico nazionale gli avvenimenti che videro la città e la sua provincia parte attiva nel processo di unificazione.

Il titolo è semplice ed eloquente: Ricordi garibaldini nella provincia di Cosenza. De Chiara parte, naturalmente, dalla vicenda dei Bandiera, ma cerca poi di porre l’accento su fatti minori, che più si caratterizzano per la loro valenza a livello locale. Il sacrificio dei fratelli veneziani e dei loro compagni è un episodio centrale ma, scrive lo studioso, “Cosenza […] ha maggiori titoli di questo, a dir il vero, per aspirare alla riconoscenza degl’italiani: titoli, acquistati dai suoi figli, e prima e dopo, della celebre spedizione, con fatti ugualmente gloriosi compiuti per amore della libertà e per odio della tirannide”.

Luigi MiceliIl principale riferimento è alla sommossa cittadina del 15 marzo 1844. Proprio l’eco di questa rivolta aveva spinto i “fuoriusciti esteri” (come erano chiamati i fratelli Bandiera e i loro compagni dai borbonici) a partire per la Calabria nel tentativo di dare manforte agli insorti.

Attenzione particolare dà poi De Chiara alla spedizione dei Mille, ed ai nove della provincia che vi presero parte, sottolineando il ruolo del cosentino Luigi Miceli. Come indica lo stesso titolo, la figura di Garibaldi, l’eroe per eccellenza, ha un ruolo centrale nell’articolo.Colonna fratelli Bandiera

Se ne citano le varie soste, il rapporto con Donato Morelli, le imprese che permisero di sbaragliare le truppe borboniche, fino a riportare il famoso telegramma dettato da Garibaldi nei pressi di Soveria: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati”.

Emerge chiaramente, nel leggere l’articolo, la volontà di De Chiara di far conoscere il ruolo svolto dalla sua città in queste vicende ormai “leggendarie”. Un po’ quello che si cerca di fare qui, certo con minore enfasi, dando spazio a chi quegli eventi li ha prodotti ma anche a chi li ha poi raccontati.

Lorenzo Coscarella 

PdV, 17/03/2011, p.12